Studenti in fuga dalle facoltà umanistiche. De Masi e Torregrossa: ma quegli studi non sanno di muffa

Addio belle lettere, addio studi classici, addio lauree umanistiche. L’allarme lo lancia Repubblica oggi in prima pagina commentando i dati dell’esodo di laureandi dalle facoltà di Lettere, Filosofia e Sociologia. In dieci anni gli iscritti alle facoltà di area umanistica sono calati del 26,8% (quelli alle facoltà di area sociale sono scesi del 28,7%). Un fenomeno che esiste anche in altri paesi ma da noi si sconta anche il fattore crisi e l’idea, radicata nei giovani, che il lavoro non si trova studiando e neanche sulla base della meritocrazia. E i furbacchioni, com’è noto, non hanno bisogno di grande erudizione per barcamenarsi. Il quadro è desolante, e si aggiunge al pregiudizio secondo il quale con la cultura “non si mangia”. Di qui lo stesso disinteresse della classe politica per un fenomeno che andrebbe guardato con preoccupazione, perché il ceto dirigente dovrebbe proprio avere nel suo bagaglio culturale quell’attitudine all’apprendimento continuo che solo gli studi umanistici sanno conferire.

Il sociologo Domenico De Masi si rammarica: “In Italia gli iscritti alle facoltà umanistiche sono il 12% contro il 23% degli Stati Uniti e il 21% in Germania. I paesi che apprezzano la scienza – osserva De Masi – apprezzano anche l’umanesimo. Solo l’Italia ha già rinunciato alla cultura umanistica e questo è grave perché noi, insieme alla Grecia, siamo il fondamento della cultura umanistica. Ma contro la cultura umanistica c’è una vera e propria battaglia, quella di chi consiglia anche in tv di lasciare le facoltà umanistiche ammuffite e di iscriversi alle facoltà scientifiche”. C’è un pregiudizio – continua – “che avvicina la nostra società a quella contro cui puntava l’indice Marx: troppa economia e pochi valori. Eppure se il debito pubblico per incanto si azzerasse, se tutti trovassero lavoro, se lo spread si riducesse a zero dove andrebbe la società? La scienza non ci dice dove andare, l’umanesimo sì. Come diceva Seneca, nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare…”.

Giuseppina Torregrossa, scrittrice di successo e autrice di best seller come Il conto delle minne, commentando la fuga della popolazione studentesca dagli studi letterari e filosofici parla di realtà “tristissima”: “Oggi si pensa che chi possiede una laurea scientifica possa parlare con cognizione di causa di tutto, oggi si deve avere la prova di tutto. Però si dimentica ad esempio che Spinoza, da filosofo, parlò con cognizione di causa delle emozioni, anche senza fare esperimenti. Poi venne il neuroscienziato Antonio Damasio che, in età a noi contemporanea, riconobbe che Spinoza aveva ragione. In tanti casi la filosofia anticipa la scienza e noi abbiamo bisogno di entrambe. La tendenza è invece quella a fare dello scienziato un tuttologo, il caso Veronesi docet…”. Tutto vero, ma i rimedi possibili? Finché la crisi continuerà a dettare i percorsi formativi c’è ben poco da fare. I ragazzi non possono più permettersi di inseguire una passione, un sogno. “Chi studia lettere o filosofia – conclude Torregrossa – risponde a una vocazione interiore. Poi però per tutta la vita combatte con le bollette  e con il mutuo…”.