Studenti in fuga dalle facoltà umanistiche /2. Cepeda Fuentes e Carli: è in gioco l’identità italiana

Studi umanistici addio? Dopo i dati sconfortanti sul calo delle iscrizioni nelle facoltà di Lettere, Filosofia e Sociologia e in generale in tutte quelle di area umanistica il dibattito è più che mai aperto. E si incrocia con le evoluzioni della sensibilità culturale di un paese che mostra grande interesse per la storia, per i festival letterari, per le grandi mostre. Il bisogno di “consumare” cultura non è dunque stato spento dalla dittatura dello spread. La tendenza si può invertire? Secondo la scrittrice Marina Cepeda Fuentes, vincitrice del premio Elsa Morante con il suo Sorelle d’Italia. Le donne che hanno fatto il Risorgimento, la disaffezione verso gli studi umanistici viene da lontano e non è imputabile solo alla crisi. “Il fatto è che chi si laurea in Lettere può fare solo l’insegnante. È chiaro che le sue possibilità di trovare lavoro sono limitate rispetto a chi approfondisce gli studi di ingegneria o di informatica. Può diventare un grande scrittore ma non è affatto sicuro che questo accada. E anche la professione del giornalismo sta subendo grandi trasformazioni. C’è poi il fenomeno dell’eccessiva specializzazione dei saperi: un elemento che penalizza gli studi umanistici i quali offrono invece uno sguardo d’insieme, conferiscono una formazione ‘totale’. Certo dati come questi non sono da applaudire perché la persona che ignora la letteratura, la storia, la filosofia è umanamente carente”.

Il critico d’arte Carlo Fabrizio Carli contesta invece alla radice l’idea che il conseguimento di una laurea debba essere legato all’ottenimento di un posto di lavoro. “Oggi – afferma – non viviamo un conflitto tra saperi antichi, quelli umanistici, e saperi moderni, quelli scientifici, perché ci muoviamo ormai in un orizzonte di post-modernità governato dal criterio dell’utile. Il fatto grave è che in Italia la tradizione umanistica è un’eredità da valorizzare, un patrimonio che, se adeguatamente sfruttato, può creare molti posti di lavoro. Da noi la tradizione della bellezza è addirittura un fattore di identità nazionale: se il paese desse segnali di volersi curare di questo aspetto i dati sulle lauree umanistiche potrebbero cambiare. Un antidoto per curare la disaffezione verso gli studi umanistici potrebbe essere – conclude Carli – tutto il discorso sul restauro e la salvaguardia dei beni culturali, settore nel quale l’Italia è una vera e propria potenza, purtroppo ancora inespressa”.