Silvio arcitaliano medio, un libro spiega perché. Campi: ma nel berlusconismo ci sono varie fasi

“Cari compagni, non avete ancora capito che…”. Potrebbe iniziare così una lettera immaginaria indirizzata   ai generali e ai soldati del sempreverde esercito antiberlusconiano che da quasi un ventennio insegue l’ “uomo nero” senza riuscirlo a catturare. Il punto è che, al di là di qualsiasi giudizio politico, sociale, antropologico e morale, non si può liquidare la lunga stagione berlusconiana come un capriccio o un’anomalia italiana. Sarebbe ingeneroso, soprattutto verso gli italiani. L’ultimo lavoro di Giovanni Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia (edizioni Marsilio) ) dimostra come sia necessario andare oltre il dato supeficiale delle forma (soldi, marketing, sondaggi, costume) per cogliere l’ideologia che sostiene il berlusconismo. L’arte della comunicazione semplice e seduttiva, sulla quale di è detto e scritto molto, non era priva  – secondo Orsina – di un’idea precisa dell’Italia.

Nel libro non si condanna e non si assolve, non  si giudica il comportamento privato né la tenuta del governo, si affronta invece la narrazione berlusconiana: la sostanza del discorso pubblico del Cavaliere, come è stato accolto dal paese, perché ha avuto tanto successo, perché non ha funzionato più.  E la tesi è degna della massima attenzione perché ci restituisce un Berlusconi “arcitaliano”. Nei 150 anni di storia unitaria italiana, osserva il docente di storia contemporanea della Luiss,  Berlusconi è stato un unicum perché nessuno prima di lui aveva mai osato dire che gli italiani vanno bene così come sono. È stato l’unico politico di primo a piano a rinunciare a svolgere sull’Italia quel trattamento «ortopedico e pedagogico», anzi a scegliere il “Paese reale” (quello brutto, da educare) contro il Paese legale (quello delle istituzioni). Con Berlusconi il paradigma si ribalta: il marcio è nei partiti, nello Stato, il buono è nel popolo.

È questo il filo rosso del libro che ha il merito di uscire dal coro delle interpretazioni cloroformizzate. «Un lavoro interessante – ragiona Alessandro Campi – che offre una interpretazione politica al berlusconismo, che per lo più è stato letto in chiave giudiziario-criminale, secondo le più gettonate interpretazioni sulla pericolosa patologia democratica, sull’anomalia, sulla dubbia moralità».  Il lavoro ha il merito di concentrarsi sul significo politico e non estetico, ideologico e non psicologico, della celebre “discesa in campo”.  «Utile – continua Campi – a controbilanciare le letture liquidatorie sul  miliardario eccentrico».

Il bilancio sarebbe un altro se le élites democratiche (ma razziste con Berlusconi) si fossero affidate meno alla demonizzazione caricaturale o agli aiutini delle toghe e più al contrasto politico-culturale dell’avversario.  Sbagliato anche fare di vent’anni di protagonismo dell’uomo di Arcore un solo blocco (prendere o lasciare). Il primo berlusconismo – ricorda Campi –  «aveva connotazioni politiche molto diverse. Frutto di un mix di neoliberismo e  populismo, in un panorama politico disastroso, il discorso berlusconiano è stata la prima grande novità anche ideologica del dopo-Muro. Anche rispetto alla tradizione italiana statalista, Berlusconi ha proposto una ricetta contraria allo Stato paternalista. Ha capovolto la prospettiva e messo lo Stato tra i potenziali avversari in una stagione tutta improntata a ridare la parola al popolo».

Alla stagione della speranza, però, osserva il politologo di destra, è seguita la delusione dell’elettorato per le riforme non fatte, la leadership è scaduta nel solipsismo. Anche il gruppo dirigente ha attraversato diverse fasi.  Alle origini – ricorda Campi – «intorno al Cavaliere c’era un gruppo variegato interprete di una forte dialettica interna, superiore per qualità alla degenerazione delle guardie pretoriane di oggi». Oggi Berlusconi potrà ancora resistere perché ha straordinarie risorse economiche e politiche, ma certo i connotati dell’epoca berlusconiana sono ormai consolidati.