Riforme, disco verde (con perplessità) alla procedura d’urgenza votata al Senato

Non è esente da perplessità il semaforo verde a Palazzo Madama alla richiesta di urgenza per il disegno di legge che istituisce il Comitato parlamentare per le riforme costituzionali. Sul via libera dato per alzata di mano con uno slittamento di due ore rispetto al previsto non sono mancati distinguo. Primo fra tutti quello del capogruppo del Pdl Renato Schifani. «Non vorrei che la richiesta di urgenza del governo nascondesse una sfiducia del governo nei confronti di questo Parlamento»,  ha osservato infatti l’ex presidente del Senato nel suo intervento prima del voto a cui, comunque, non ha fatto mancare il “sì”, rilevando altresì che «non c’era bisogno della procedura d’urgenza, noi siamo pronti a fare la nostra parte. È una richiesta del tutto inopportuna, il Parlamento vuole rispetto dal governo, dobbiamo lavorare assieme, cerchiamo di partire con il piede giusto». E` astratto – ha proseguito – il dibattito che si tiene fuori da quest’aula, ha detto in relazione anche al lavoro dei saggi, su cui pone degli interrogativi: «Che cosa produrranno alla fine? Un testo? E tutto il lavoro fatto dal Parlamento? Che ne facciamo? Il governo lo farà suo e arriverà un testo preconfezionato in aula. Se approviamo un testo, una legge costituzionale, dove si dice che le riforme si fanno in 18 mesi creiamo un precedente, arriviamo a uno pseudo commissariamento del Parlamento, si può dare un termine a una commissione, come avvenne con la Bicamerale presieduta da D’Alema, ma non si può dare un termine al Parlamento». Risponde così il ministro delle Riforme costituzionali, Gaetano Quagliariello: «Credo che le Camere, il Senato in particolare, abbiano fatto bene a evidenziare la necessità di tempi certi ed idonei», ha detto sottolineando che nonostante siano 30 anni che si dibatte di riforme «ci troviamo in un tempo storico peculiare» che, alla luce della crisi economica, impone un cambiamento di compiti e funzioni dello Stato e degli apparati istituzionali. Non è secondario, insomma, «offrire una certezza sui tempi», ha aggiunto sottolineando che quel richiamo nelle mozioni sia stato quanto mai opportuno, perché evidenzia di fronte al Paese che non si vuole, anche questa volta, usare il tempo come un alibi per rimandare ancora ciò che non è rimandabile». Non è un «limite draconiano e insuperabile», ma è un «elemento di sensibilità nei confronti di un Paese che non può pensare che dopo trent’anni, anche questa volta, con le riforme non si faccia sul serio».