Razzismo e prostituzione ancora argomenti tabù a sinistra. Due donne infrangono i codici progressisti

Al Fatto quotidiano non si danno pace. C’è una “babele democratica”, annuncia in prima pagina il giornale di Padellaro e Travaglio. Grande è la confusione sotto il cielo della sinistra, e non da oggi. È accaduto che una consigliera di zona di Prato, furibonda per un tentato furto in casa della sorella, abbia scritto su Fb ingiurie agli extracomunitari (“Dovete morire”).  Ed è avvenuto pure che una senatrice quarantenne del Pd, Maria Spilabotte, abbia elaborato un progetto di legge per regolarizzare le prostitute e far loro pagare le tasse. Che succede, si chiede Il Fatto, alle donne democratiche?

Due donne, due tabù infranti. Il primo è quello secondo cui gli extracomunitari sono sempre buoni e bisognosi di assistenza e di solidarietà. Il secondo quello secondo cui la prostituzione è un male da estirpare e non un mestiere che può essere liberamente scelto. Qua non interessa tanto la discussione etica su questi principi quanto il fatto che  a sinistra ci si stupisce se su questi assiomi esistono sensibilità differenti.

Caterina Marini da Prato è la “razzista” messa fuori dal partito senza neanche darle la possibilità di spiegarsi.  Lei è sicura che siano stati gli stessi compagni a tradirla, a fotografare quelle poche righe digitate in un momento di rabbia e subito cancellate, che siano stati loro ad aver creato il caso mediatico. Nel suo partito, afferma, “non c’è possibilità di dialogo”. Può uno “sfogo” compromettere la “linea” nazionale? Certo che no, anche se chi fa politica quando si sfoga pubblicamente deve mantenere una certa autodisciplina. Caterina non ha tenuto presente la legge del conformismo nostrano per cui se Borghezio dice che le vere puttane sono nelle istituzioni non accade nulla, perché da lì “devono” arrivare questi messaggi, mentre se lo dice Franco Battiato, che in Parlamento ci sono “troppe troie”, gli si ritira la delega, perché una giunta di sinistra non può tollerarlo.

Che vuol dire? Che c’è un linguaggio individuale e un codice di gruppo, identitario, di parte. E che se violi il secondo ti metti fuori gioco da solo. La sinistra non è pronta per dibattere sui reali sentimenti popolari nei confronti dell’integrazione così come certa destra guarda con sospetto anche il minimo accenno compiacente alle politiche dell’integrazione. La discussione viene sacrificata alla “santità” del codice di riferimento. Caterina Marini è rimasta imbrigliata in questo nodo più grande di lei. Un analogo episodio scatenò cattive e buone coscienze progressiste nel 2007, quando Repubblica pubblicò la lettera di un lettore con questo titolo: “Sono di sinistra, ma sto diventando razzista”. Il lettore citava una serie di episodi di intolleranza e di grave maleducazione di immigrati nei confronti di italiani anziani. Eppure quel lettore era stato candidato con la lista civica di Veltroni a Roma. Il dibattito fu silenziato, si esaurì nei buoni propositi: certo, le pulsioni razziste ci sono, ma bisogna dominarle. Sei anni dopo accade a sinistra la stessa cosa. Vince ancora il codice progressista.

E veniamo a Maria Spilabotte. Anche lei infrange un codice, perché c’è un solo modo, a sinistra, per confrontarsi con il tema della prostituzione. Mestiere non scelto, ma subìto. Le prostitute vanno “liberate”. la prostituzione è una piaga sociale. Dice Spilabotte: siamo ancora fermi alla legge Merlin. Una noma che risale al 1958. Oggi la sinistra scopre di non essere impermeabile alla realtà. E la realtà è varia, e piena di contraddizioni.