Persa anche Roma, la destra in cerca di un nuovo inizio

La sconfitta di Gianni Alemanno a Roma non è soltanto il risultato di un’elezione amministrativa, ma conclude la parabola che ha visto protagonista la destra italiana dal 1993 al 2013. Il ventennio di An (da scrivere rigorosamente con la “v” minuscola) prese inizio proprio a Roma e proprio in occasione dell’elezione del sindaco, quando gli errori di una Dc allo sbando e incapace di allearsi con la destra spianarono la strada ad un risultato miracoloso al primo turno, rafforzato nei giorni successivi dall’endorsement di Silvio Berlusconi. Tra le periferie romane dove Fini cercava voti e l’ipermercato di Casalecchio di Reno dove Berlusconi fece a sorpresa il suo primo atto da politico nacque quello che è stato il centrodestra italiano di questi venti anni. Con la sconfitta di Alemanno, però, lo scenario cambia e la destra che An ha rappresentato ha il dovere di avviare una riflessione per comprendere come sia stato possibile imboccare la parabola discendente che ha portato una classe dirigente a non essere più protagonista agli occhi dell’elettorato. Il sindaco uscente ha perso certamente perché il vento è favorevole al centrosinistra e perché anziché puntare su “feste, farina e forca”, come fanno molti sindaci, ha preferito mettere a posto i conti dell’amministrazione (gli elettori premiano chi spende e non chi risana, Monti docet), ma ha perso anche perché si è indebolito l’appeal degli uomini provenienti da Alleanza nazionale, ritenuti colpevoli di aver perso l’identità politica che invece avevano all’inizio del ventennio di cui parliamo. Giunta a questo punto una generazione di dirigenti della destra ha il dovere di interrogarsi su quel che è accaduto, conscia che dalla fine di una parabola possono venir fuori soltanto due cose: la dissoluzione o la rinascita. Dando per scontato che nei prossimi anni in Italia dovrà prendere corpo un nuovo centrodestra, che nascerà in tempi e modi che dipendono da quel che farà Silvio Berlusconi, dalle leggi elettorali e da eventuali nuovi assetti istituzionali, si tratta di capire se il mondo proveniente da Alleanza nazionale debba partecipare alla futura stagione arrivandoci per la via della dissoluzione o per la via della ricostruzione. La prima strada per certi versi è una scorciatoia perché non impone un’analisi profonda di quel che è accaduto e non impone un’amnistia collettiva dei rapporti interpersonali di un mondo che ha visto rompere amicizie antiche e solide. Con la dissoluzione ognuno potrà partecipare singolarmente a quello che sarà il futuro centrodestra e far valere lì consenso, idee e storia personale. La strada della ricostruzione è certamente difficile e in salita, faticosa e piena di insidie, ma avrebbe il vantaggio di portare in dote al nuovo centrodestra non la sommatoria di singoli soggetti più o meno forti e bravi, ma un pezzo della storia politica italiana, compreso il ventennio che si è concluso. Nel primo caso si parteciperebbe da comprimari, anche se qualche singolo potrebbe essere protagonista, nel secondo il protagonismo sarebbe della storia politica e culturale di An, che potrebbe contaminare di idee il futuro politico italiano, anche se i singoli potrebbero restare comprimari, magari per lasciare spazio ad una nuova generazione emersa con grande qualità soprattutto a livello locale e amministrativo. È questo il bivio che attende la destra italiana dopo venti anni di successi inaspettati.