Perché più Grillo insulta più perde consensi: ecco cos’è cambiato da febbraio ad oggi

È stato fin troppo facile per alcuni commentatori (tra tutti citiamo l’Unità, in prima pagina) accostare la frase di Beppe Grillo sul Parlamento (“è la tomba maleodorante della Seconda Repubblica o lo seppelliamo o lo rifondiamo”) alla famosa allocuzione di Benito Mussolini sul Parlamento che lui avrebbe potuto trasformare in un “bivacco” per i suoi manipoli. Un paragone che rientra nella tendenza a cloroformizzare nel luogo comune il linguaggio politico. Mussolini stava operando una rivoluzione che in un primo momento “scende a patti” con il Parlamento. “Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco per i miei manipoli ma non ho voluto…”, disse,  e ottenne la fiducia al suo governo. Il caso di Grillo, se proprio si vogliono fare ipotesi di scuola, è quello di un leader che vede depotenziato il suo ruolo proprio per non avere accettato compromessi e proprio per non aver voluto fare il salto di qualità dalla pura oratoria protestataria alla complessa dialettica politica. Vero è che ricorda anche l’Umberto Bossi che minacciava di fare la secessione con i fucili ma mentre il leader della Lega diceva queste cose ad uso dei duri e puri era già dentro un governo, gestiva già vari ministeri e alcune regioni del Nord, il suo linguaggio serviva a “coprire” semmai l’inerzia del progetto iniziale che era alla base della Lega.

La violenza delle metafore grilline si spiega in tutt’altro modo. Dietro gli eccessi verbali c’è il disorientamento di un capo che si rende conto di stare nel mezzo di un naufragio e non può porvi rimedio. C’è l’illusione di intercettare ancora la rabbia che ha portato il M5S a essere primo partito nel Paese cancellando mesi di errori tattici (l’assenza da tv e giornali) e strategici (il rifiuto di “contare” nel gioco della politica). Ma più ancora c’è l’impossibilità di risolvere il dilemma tra democrazia di sorveglianza e democrazia di rappresentanza.

I grillini attirano simpatie e consensi perché si presentano come le sentinelle anti-spreco. Una forma di democrazia del tutto lecita e in auge anche in altri paesi europei. Ma nel momento in cui si decide il grande passo verso la democrazia di rappresentanza il ruolo di “sentinelle” appare inadeguato e persino coloro che avevano apprezzato la scelta di far eleggere gente comune, cittadini “qualunque”, cominciano a lamentare la mancanza di esperienza della pattuglia pentastellata. Ora è un dato di fatto che la democrazia di sorveglianza segue una strada che prevede alcuni strumenti specifici: denuncia, competenza tecnica sui temi sub judice, nessun conflitto d’interesse, rapporto privilegiato con i media per amplificare la “potenza di fuoco” dei cahiers de doleance, coinvolgimento dei comitati sul territorio, uso tematizzato dei social network  e in caso aggancio con alcuni rappresentanti in Parlamento per dare maggior valore alla battaglia che si va conducendo.

La democrazia di rappresentanza è tutta un’altra cosa e prevede l’accettazione di regole condivise (di qui il tira e molla sugli stipendi da restituire, da dimezzare, da mettere in un fondo a parte, insomma tutta la querelle dei cosiddetti “scontrini”) e anche della convenzione degli schieramenti politici. In quest’orizzonte, dirsi né di destra né di sinistra, dirsi non partito e comportarsi come tale, rifiutare il filtro della stampa, sostituire alla leggerezza del politichese l’insipienza dell’insulto alla fine ha logorato le potenzialità del “grillismo” che erano relative alla possibilità di svolgere al meglio, nel nostro paese, le funzioni tipiche della democrazia di sorveglianza. Finché Grillo non ne prenderà atto continuerà lo sfarinamento del suo Movimento ed è probabile che i toni si faranno ancora più accesi e forse anche più rancorosi fino all’epilogo: o il Movimento di Grillo si “rifonda” o va alla deriva.

 

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