Per un’efficace lotta all’evasione serve una riforma organica del fisco

Non è la prima volta che la Corte dei Conti punta il dito sulla lotta all’evasione. Né è una novità la critica che viene dal supremo organo di controllo contabile sulle politiche economiche sin qui adottate dagli ultimi governi. Quel che distingue l’ultimo Rapporto sulla finanza pubblica è il taglio deciso scelto nel definire “ondivaghe e contraddittorie”  le strategie  messe in campo dal legislatore per contrastare una evasione che ormai viaggia intorno ai 140 miliardi di euro. Strumenti come il redditometro o la certificazione dei  crediti pregressi delle pubbliche amministrazioni vengono bollati con il crisma della inefficacia. Per non parlare del cosiddetto “spesometro”. Ricordate? Fu oggetto di non poche polemiche durante il governo Monti. Nonostante i pareri discordanti, alla fine passò l’idea che dovesse diventare obbligatorio per i soggetti titolari di Iva comunicare telematicamente tutte le operazioni di importo superiore a 3 mila euro. In epoca di recessione e di contrazione dei consumi, davvero una trovata geniale !

Risultato? Sono diminuiti ulteriormente i consumi ed è aumentato il ricorso al nero. Insomma, bocciatura su tutta la linea. Compresa l’idea di correggere repentinamente i conti pubblici con provvedimenti draconiani che non hanno prodotto l’effetto sperato sul versante della spesa. Al contempo ,   interventi  come quelli  sulle pensioni e sul mercato del lavoro hanno fortemente inciso sulla tenuta economica e sociale delle famiglie e delle imprese, impoverendo oltremodo il Paese. Non è certo un caso se i due indicatori maggiori, debito pubblico e fabbisogno, sono cresciuti nettamente, con quest’ultimo più che raddoppiato rispetto al maggio del 2012.

Il  rischio paventato dal presidente della Corte, Luigi Gianpaolino, è che , nel contraddittorio incedere delle  politiche fiscali, si allarghino i cordoni della spesa fino a superare il fatidico limite del 3% fissato dalle regole di Maastricht.  Con una pressione fiscale in sensibile aumento ed un tasso di riscossione in netto calo sembra proprio che la maionese sia impazzita. Quel che è peggio è che non si intravede all’orizzonte alcun tentativo di  riequilibrare il sistema.

Prendiamo Equitalia. Per una serie di ragioni, anche fondate, il sistema di riscossione dei tributi organizzato dallo Stato è  sottoposto a critiche feroci. In discussione non è tanto  la sua efficienza, quanto  le modalità, talvolta eccessive e francamente oppressive, con cui quest’ente conduce la  mission esattoriale. La cosa è abbastanza nota.  Per la verità, tali “anomalie” procedurali non sono addebitali direttamente ad Equitalia, che era e rimane un soggetto meramente esecutore di accertamenti effettuati dagli enti erogatori di servizi e titolari di tributi. Sono insomma le leggi che stabiliscono compiti e funzioni in questo campo. Tra le cattive abitudini  praticate nel nostro Paese c’è purtroppo anche il fatto che si  censurano gli effetti discorsivi degli atti, ma non si analizzano a sufficienza le cause che quell’effetto hanno provocato.

Così,  ci troviamo nel bel mezzo di una ventata che sta restituendo direttamente ai Comuni  il potere di esigere la riscossione di tasse e  tributi dei cittadini. Con un problema non indifferente. Gli Enti locali, non avendo uffici  attrezzati per la riscossione, sono costretti a rivolgersi al mercato. E qui viene il bello. Perché il mercato è libero. E le tariffe  praticate non sono ancorate ad alcun limite legislativo. Con il risultato che , nel novanta per cento dei casi, l’aggio praticato dalle società private di riscossione è superiore di molto a quello di Equitalia, che è fisso al 9%. Inutile dire che la percentuale sulle somme riscosse per conto dei Comuni e delle Provincie è a carico del contribuente. Con un aggravio enorme per il cittadino.  Certo, basterebbe una legge, una regola che inserisca almeno un elemento di progressività tale da ridurne la portata. Facile a dirsi, difficile da praticare. Se, a distanza di due anni dal decreto (Dl 201/2011) che trasformava l’aggio in un rimborso commisurato ai costi, mancano ancora i decreti attuativi, c’è poco da sperare.

Quel che manca, a ben vedere, è una riforma organica del fisco. Se il richiamo della Corte dei Conti può avere un senso – e lo ha – ammettiamo con franchezza che  tutto l’impianto di riforme, create per rendere più virtuosa  la gestione dei conti pubblici,  ha provocato l’effetto contrario. Lo stesso federalismo, peraltro in gran parte incompiuto, ha portato al taglio dei trasferimenti da parte dello Stato agli Enti locali e  ha innestato un ‘ondata di aumenti della tassazione locale per coprire i buchi delle dissestate amministrazioni regionali, provinciali e comunali. A tali aumenti  non ha corrisposto alcun miglioramento dei servizi. Al contrario, essi si sono ridotti. La loro offerta  si è   dequalificata. Al punto in cui siamo, dovremmo almeno evitare  di cedere agli impulsi demagogici, di rincorrere  facili scorciatoie. Non saranno i rimedi temporanei e le riforme abborracciate a toglierci dai guai.