Per Letta il voto rafforza le larghe intese. Ma in realtà sorregge solo la fragile tregua nel Pd

Ciascuno la vede come vuole. Ma certo si fa un po’ di fatica intendere la lettura politica fornita da Enrico Letta del successo dei candidati del Pd nelle città capoluogo. Così il premier commenta il risultato complessivo delle urne. «È un risultato che rafforza lo schema delle larghe  intese e mi spinge a lavorare di più». Commendevole intento  da parte del presidente del Consiglio. Ma, di grazia, c’era forse bisogno che Marino vincesse a Roma per spingere il governo a lavorare di più? E che dovrebbero pensare un Lupi, una Lorenzin, un Quaglieriello della vittoria del candidato del Pd nella Capitale? Perché la rotonda vittoria dei piddini nelle amministrative dovrebbe rafforzare  un esecutivo nel quale il Pd è in partnership con il Pdl, i cui candidati hanno invece perso?

A stretto giro arriva la  piccata e irriverente risposta di Nichi Vendola: «Caro Enrico Letta, rafforzamento delle larghe intese? Stai guardando un altro film. Oggi vince il centrosinistra alternativo alla destra».

Letta non ha in realtà  tutti i torti. Ma per capirne il perché occorre aver seguito le vicende interne del Pd. Il fatto è che il partito di largo del Nazareno è un partito permanentemente  sull’orlo di una crisi di nervi. Un partito costantemente sospeso  tra  derive barricadere e richiami moderati. Un partito in cui c’è sempre qualche giovanotto pronto a okkupare le sedi.  Un partito sempre pronto, come si dice in gergo parafioso, ad “andare ai materassi”. Tra giovani turchi, renziani, veltroniani, dalemiani, popolari e quant’altro è sempre equilibrio precario.  Una eventuale débacle del centrosinistra avrebbe probabilmente avuto un effetto devastante sugli equilibri interni del partito, ridando fiato a chi si era messo di traverso  alla realizzazione del governo di larghe intese.

Tant’è che quando, circa un mesetto fa, cominciarono a circolare sondaggi che davano Alemanno in ripresa e che mettevano in dscussione la possibile vittoria del Pd nella Capitale, i soliti “retroscenisti” scrissero subito che una eventuale sconfitta di Marino avrebbe potuto produrre un piccolo cataclisma nel governo.

Certo, è un ragionamento un po’ tortuoso, ma l’odierna politica del centrosinistra non consente oggi di fare ragionamenti più lineari.

Conviene a chiosa  citare il commento di Epifani: «È complicato prevedere gli effetti del voto sul governo, ma certo il risultato dà una spinta in più al ruolo e alla posizione del Pd nel Paese». Per la serie: l’abbiamo scampata proprio bella! Il seguito della storia alla prossima puntata dello psicodramma del Pd.