Per il governo è cominciata la salita ma a portarne la croce è Angelino

È opinione sempre più diffusa che tra Letta ed Alfano sia soprattutto il secondo a vestire i panni del cireneo. Vero è che sulle scelte dell’esecutivo la faccia ce la mette il premier e che sempre a lui sul fronte interno toccherà arginare l’offensiva di un Renzi sempre più intenzionato a ritornare in pista per Palazzo Chigi previa scalata interna al Pd, ma è altrettanto vero che intanto il “potere logora chi non ce l’ha” e – sempre per restare sotto latitudini democristiane ben note a Letta ed anche a Renzi – che ogni stagione congressuale è destinata a stabilizzare anche il più precario dei governi.

Per Alfano il discorso è diverso. Nell’esecutivo è il vice mentre del partito è il segretario ma non il capo. Per un verso deve marcare a uomo il capo del governo e per l’altro deve fare il sindacalista della propria parte politica. È costretto a giocare d’interdizione, ma deve essere pronto a ripartire in contropiede e fare goal. E non è tutto, perché sugli spalti del PdL il tifo per lui non si spreca. In molti gli chiedono di mollare il partito. Persino un mite come Bondi ha fatto sapere di guardare bene alla promozione a coordinatrice della Santanchè nel posto che fu di Ignazio La Russa. Insomma, le pressioni contro di lui non mancano. Ufficialmente per consentirgli maggiore libertà di manovra nell’esecutivo, in realtà perché sospettano che tenga più a tutelare il suo patto generazionale con il premier che a far rispettare le richieste dei suoi. Gli ultras addirittura malignano che gli riesca meglio il ruolo di rappresentante del governo nel Pdl che quello di capodelegazione del Pdl nel governo.

Il soldato Angelino, dunque, canta e porta la croce. Una vera vitaccia, la sua. Quello di venerdì scorso, poi, deve averlo vissuto come un vero e proprio pomeriggio di un giorno da cani: il pranzo con il presidente del Consiglio – annunciato urbi et orbi con l’obiettivo di offrire del governo un’immagine di reale compattezza – ha rischiarato l’aria solo per qualche ora. L’indomani era già un altro giorno con Alfano tornato ad organizzare il catenaccio in difesa e disposto persino a minacciare lo sfratto a Letta se questi non fosse riuscito a scongiurare l’aumento dell’Iva. Questione tuttora incombente e per la cui copertura finanziaria i tecnici del ministero hanno reperito un solo miliardo rispetto ai quattro occorrenti. Era successo che a poche ore dal pranzo – complice anche la sentenza della Consulta sfavorevole a Berlusconi – i falchi avevano ripreso quota e con loro la mai sopita voglia di regolare tutti i conti, esterni ed interni. In un contesto a dir poco rovente, era persino scontato che toccasse al vice mostrare i muscoli e notificare energicamente al “suo” premier l’avvenuto cambio di passo nel Pdl. Una prova ad alta fedeltà superata a pieni voti e per altro utile a ricordare a qualche illuso del Pd che, in fondo, uccellacci e uccellini volteggianti negli azzurri cieli berlusconiani, siano essi falchi o colombe, provengono tutti dalla nidiata del Cavaliere. E che il Pd abbia recepito il messaggio è dimostrato dalle reazioni – tra il sorpreso e l’ironico – affidate a Franceschini e a Fassina nel tentativo di non drammatizzare ulteriormente la situazione. Ma il non detto lettiano è di agevole interpretazione: caro Angelino, mi rendo conto delle tue difficoltà, ma neanch’io me la passo tanto bene.

Ed è così. Ognuno dei due è fin troppo consapevole delle difficoltà e dei limiti d’azione dell’altro. Così come sanno bene che non sarà il reciproco rapporto di stima o l’implicita promessa di mutuo soccorso ad assicurare lunga vita al governo. Il patto tra i due è nell’ordine naturale delle cose per una serie di motivi: l’anagrafe, la comune radice democristiana, l’ambizione di intestarsi il traghettamento verso una democrazia governante. L’intesa, tuttavia, può reggere e fecondare solo a patto che uno dei due recuperi maggiore autonomia dal proprio partito. Difficile però che convenga al premier, pressoché impossibile che lo faccia il suo vice. Nel frattempo, salgono e scendono come sulle montagne russe. Ma mentre Letta ha il dovere di governare fino a quando sarà sostenuto da una maggioranza, Alfano non ha quello di assicurargliela. Anzi, in qualsiasi momento potrà essere sollecitato a revocargli la fiducia, esattamente come accadde con Monti. E a quel punto dovrà farlo, anche se riluttante. Spetterà a lui, insomma, segare il ramo sul quale è seduto, anche se saranno soprattutto gli altri a deciderlo. E in definitiva questo spiega perché è Alfano a portare la croce del governo nonostante a guidarlo sia Letta. Almeno fino a quando Renzi continuerà a riscaldarsi a bordo campo.