No Silvio no party? Ma a Roma Silvio c’è stato e abbiamo perso. Come in tutta Italia

Tra le tante assurde reazioni a una prevedibile disfatta registrata dal centrodestra in tutti i comuni interessati dalle recenti elezioni, la più curiosa è stata quella di coloro (vedi il Giornale) che hanno voluto ribadire che solo Berlusconi prende voti e che senza Berlusconi non si va da nessun parte. La posizione è stramba per le seguenti ragioni: 1) allo stato attuale nessuno ha proposto che Berlusconi si facesse da parte e anzi tutti hanno sottolineato che senza il suo impegno non si sarebbe ottenuto il risultato eclatante delle politiche, non ci sarebbe un governo Letta-Alfano eccetera; 2) in realtà Berlusconi in questa campagna elettorale è stato molto presente e – come sottolineato più volte dallo stesso Alemanno – si è impegnato molto anche per Roma e così ha fatto tutto il Pdl; 3) malgrado ciò il risultato del centrodestra è stato ugualmente negativo e negli stessi termini ovunque. Il sottinteso – e nemmeno tanto – della considerazione in oggetto è che Berlusconi lamenterebbe che il centrodestra non avrebbe personale politico adeguato e che raccoglie consenso. Questo, si suppone, sarebbe esteso a tutti, compresi gli esponenti di governo e i dirigenti del suo partito, che si illudono di vivere eternamente nella comodo situazione che gli permette di raccogliere senza merito il frutto del meritevole impegno dell’uomo solo al comando. Insomma: Silvio raccoglie i voti e non ci ingrassiamo senza fare nulla grazie al suo lavoro. Certo è che, se nel centrodestra non ci sono persone adeguate a raccogliere ciò che semina Berlusconi non può che essere un demerito di Berlusconi, dal momento che siamo tutti d’accordo che lui è il leader assoluto e capo indiscusso di un partito che ha fondato e che ha una classe dirigente e una rappresentanza – parlamentare e non – che proprio lui ha selezionato. Il che è di per sé ancora più curioso, perché il Berlusconi imprenditore nelle sue aziende non farebbe mai gli errori di valutazione nella selezione di dirigenti che sembra sostenere di aver fatto nel partito. In tutta Italia ci sono coordinatori regionali di sua nomina che hanno ricevuto in franchising un partito del 40 per cento e lo hanno portato sotto il 20, eppure sono ancora tutti al loro posto. Sicuramente nelle sue critiche il Cavaliere non si riferisce “solamente” agli ex-An, come vorrebbero alcuni suoi esegeti. In parte perché sono stati fatti fuori quasi tutti con l’ultima tornata elettorale e sicuramente anche perché sono tutte persone che il consenso lo raccoglievano anche con An o addirittura con il Msi, quindi hanno un curriculum politico impeccabile. Forse se si fosse consentito che il Pdl diventasse un partito anziché congelarlo allo stato di cartello elettorale, una selezione più consona della classe dirigente sarebbe stata possibile. La selezione dei candidati con le agenzie di casting va bene per i grillini, non per gli elettori di centrodestra, che non sono né sprovveduti né privi di capacità di giudizio. L’ultimo elemento su cui anche il Cavaliere dovrebbe fare una doverosa – e forse costruttiva – riflessione, è che i nostri voti non sono stati “conquistati” da altri, ma hanno preferito restare a casa in attesa che qualcuno si presenti con una offerta – sempre di centrodestra – più credibile e affidabile. E nessuno in Italia pensa che un partito di yes-men e yes-women possa essere un’offerta credibile. Noi glielo abbiamo detto più volte, ma lui non ci ascolta…