Nel Pdl delle sconfitte orfane è l’ora della politica

Su una cosa sembrano tutti d’accordo nel Pdl, tanto è vero che lo ripetono all’unisono: quando al timone non c’è Silvio, la nave va a sbattere. Ora, che Berlusconi sia un asso nel preparare e vincere le campagne elettorali lo sanno anche le pietre ma che il tasso di autostima nel gruppo dirigente del Pdl risultasse più basso di un bambino pigmeo, sorprende in misura a dir poco sconcertante. In realtà, questa plateale autoderesponsabilizzazione rappresenta un modo un po’ maldestro (e paraculo) di porsi a distanza di sicurezza dal bruciante cappotto patito ai ballottaggi. È un rito collettivo di autoassoluzione. Quasi a dire: noi non c’entriamo niente con l’elezione dei sindaci perché abbiamo ruoli nazionali, Berlusconi non ci ha messo la faccia ergo abbiamo perso, anzi hanno perso i candidati. Spicca in tanto candore la generosa eccezione di Alemanno, l’unico ad essersi accollato per intero il peso della sconfitta e ad aver annunciato una pubblica riflessione sui suoi cinque anni al Campidoglio. La si facesse anche sul risultato complessivo del turno amministrativo – magari convocando gli organi previsti dallo Statuto – sarebbe una gran cosa, ma è lecito dubitarne. Non si può avere tutto dalla vita. Del resto, le riunioni, le relazioni introduttive, l’analisi del voto, sono liturgie del passato. appartengono ai riti di partito e il Pdl partito non è né intende diventarlo in futuro. Il problema, però, è che cosa sia oggi. Non è un comitato elettorale perché ha sedi su tutto il territorio, non è un partito all’americana, ossia federazione tra soggetti collettivi portatori di interessi settoriali o di specifiche culture, perché grandissima parte di quel che non era targato Forza Italia è stato di fatto espulso. In poche parole, il Pdl è un ibrido, un movimento monarchico-anarchico secondo la fortunata definizione (mi pare) dello stesso Cavaliere. Il suo flop amministrativo, tuttavia, non si spiega solo con il dato organizzativo o di struttura, ma ha radici politiche che si intrecciano con il tema della selezione della classe dirigente. Sarebbe, ad esempio, interessante andare a vedere quanti di quelli che oggi, nel Pdl, ricoprono responsabilità di partito e di governo o rivestono ruolo apicali nei gruppi parlamentari, hanno vinto una sola volta le elezioni in casa loro. Così come potrebbe riservare clamorose sorprese l’analisi delle performance elettorali di dirigenti, ministri, sottosegretari, deputati e senatori sui territori di loro pertinenza. Certo, il consenso non è l’unico metro con cui misurare il valore di un politico ma è indicativo di una percezione che di lui ha la sua comunità. Il voto è un carico di responsabilità che impegna moralmente l’eletto verso il territorio. Quando questa regola non vige o semplicemente non vale, ne scattano altre. Il Porcellum, ad esempio, va nozze con il conformismo, cioè – secondo la definizione del Devoto-Oli – con «l’abitudinaria, acritica piatta adesione e deferenza nei confronti delle opinioni e dei gusti della maggioranza o alle direttive del potere». Non è una peculiarità del Pdl. Qui però trova un naturale moltiplicatore nella trazione carismatica che guida il partito. “Meno male che Silvio c’é” non è solo un’orecchiabile canzoncina, ma è diventato l’abito mentale di gran parte di un ceto politico che ad onta dei milioni e milioni di consensi ricevuti non ha saputo o voluto uscire dal guscio dell’impoliticità. Non tutti sono così, sia chiaro, ma è esattamente questa la percezione che pubblicamente se ne ricava. Tutto è rapportato al leader. E non sempre in una logica di lealtà (in sé ammirevole) ma spesso in quella dell’ostentato opportunismo conformista premiato dal Porcellum. Finora è risultato vano ogni sforzo di addolcire la trazione carismatica attraverso l’attivazione di organismi che non fossero quelli decorativi convocati di tanto in tanto con l’obiettivo di mostrare una parvenza di partecipazione. C’è ancora oggi chi meritoriamente vi insiste e forse davvero vale la pena continuare a provarci, anche se il primo passo consiste nell’attivare una dialettica interna. Non in base alle vecchie quote o a pregresse appartenenze bensì alla cultura di partito. Si organizzi nel Pdl un’area di consenso che veda alleati tutti quelli per i quali il carisma incorretto dall’elite, dall’organizzazione e dalla partecipazione è proprio dei fanatismi settari, non dei movimenti politici, quelli leaderistici inclusi. Chieda, quest’area, la convocazione del congresso nazionale per decidere la linea politica, si batta per l’elezione dei coordinatori regionali e per l’adozione di procedure più trasparenti e lineari per l’individuazione dei candidati a tutti i livelli elettivi, investa sul mondo giovanile. Specularmente, dall’altra parte si formerà un’altra area, che probabilmente sosterrà la tesi opposta e cioè la necessità di “berlusconizzare” ancor di più il Pdl. Insomma, si faccia quel che si vuole purché si cominci a discuterne. Finora non è stato fatto. Alle politiche di febbraio sono stati lasciati per strada sei milioni di voti. In molti hanno brindato semplicemente perché non se ne sono nenache accorti. Ora, ad appena tre mesi di distanza, la sconfitta arriva da Roma e da altri quindici capoluoghi. Non si può archiviare facendo finta di niente. Né varrà la rassicurazione che «ci pensa Berlusconi». Anche perché arriva sempre, prima o poi, il momento delle scelte e delle responsabilità. Il Pdl non deve “uccidere il padre”, ci mancherebbe. Ma nemmeno gli conviene trasformarsi in un indistinto dove si è «usi obbedir tacendo». Ci sarà pure una via di mezzo tra l’armata Brancaleone ed un reggimento prussiano. Troviamola e arruoliamoci. È comprensibile che non tutti lo facciano, specie molti di quelli che sono arrivati ad astra senza passare per aspera. Gli altri, però, sì. Un’esperienza così significativa per la democrazia italiana, come il Pdl, ha il dovere politico di sopravvivere al proprio fondatore e non – come rischia di accadere adesso – di affondarlo a colpi di ruffiane adulazioni. Basta convincersene.