Migliora Giangrande, il carabiniere ferito a Palazzo Chigi: «Voglio tornare a correre». E l’attentatore chiede scusa a lui e all’Arma

Giuseppe Giangrande, il brigadiere ferito davanti a Pazzo Chigi il giorno del giuramento del governo Letta da un colpo di pistola sparato a bruciapelo da Luigi Preiti, sta meglio. Operato per ridurre la lesione al midollo, da una ventina di giorni è stato trasferito in terapia subintensiva a Montecatone, a pochi chilometri da Imola, dove c’è un centro specializzato di prim’ordine per la riabilitazione motoria. I progressi sono notevoli, anche grazie all’impegno e alla forza del carabiniere. Appena ricoverato, ha preteso di avere tra le mani il telecomando per essere informato sempre dalla televisione su ciò che accade fuori dalla sua stanza. E tramite la figlia ventitreenne Martina (orfana della madre), che lo segue ogni giorno, ha lanciato la sua sfida: «Voglio tornare a correre». Suo fratello, anche lui carabiniere a Pavia, gli ha mandato una foto mentre indossa una maglietta sportiva con tanto di foto e dedica: «Corro anche per te». È già riuscito a sedersi su una sedia, risultato straordinario visto il poco tempo trascorso da quella terribile domenica mattina. Dello sparo di Preiti – riferisce Martina – non parla mai. Ma ogni tanto al fratello chiede: «Quando si farà il processo?». Nel frattempo Luigi Preiti ha chiesto perdono all’Arma dei carabinieri e allo stesso Giangrande, secondo quanto rivelato dal Gr2 Rai. Lo ha fatto con due lettere, spedite dalla cella in cui è rinchiuso, in cui chiede scusa, dice che è dispiaciuto di ciò che ha fatto, ribadisce che il suo obiettivo non erano i militari e spiega che il gesto era dovuto allo stato di profondo disagio e confusione in cui si trovava. I suoi avvocati si preparano a presentare la richiesta di perizia psichiatrica, la cui formalizzazione potrebbe avvenire nelle prossime ore. I legali ritengono che il loro assistito – arrivato a Roma, come ha confessato lui stesso, per compiere un gesto eclatante, colpire un politico e poi farsi uccidere perché disperato – non fosse pienamente consapevole e dunque non sarebbe imputabile. Un passaggio, quello della perizia, che, secondo quanto trapela, potrebbe avere il parere favorevole della Procura, che intanto continua a indagare sul traffico telefonico dei cellulari dell’uomo e sulla pistola usata, al fine di stabilire la sua esatta provenienza.