Mal di pancia nel Pd: le quotazioni di Renzi volano. Bersani avverte Letta: potremmo staccare la spina

Le sorti del Pd, che si appresta faticosamente e rissosamente a celebrare il congresso entro l’anno, si incrociano con la navigazione del governo extralarge che convince sempre meno i bersaniani mentre le quotazioni del “guastatore” Renzi volano alle stelle (l’ultimo sondaggio di Agorà gli cuce addosso una popolarità del 60 per cento). «Oggi abbiamo un governo di servizio. Lo sosteniamo e lo sosterremo – dice Bersani intervistato dal Corriere –  ma è compito di tutti noi tenere viva la prospettiva di un governo di cambiamento». Insomma Berlusconi non pensi di avere in mano le chiavi del futuro. Poi l’avvertimento: «Stavolta staccare la spina al governo non comporta automaticamente andare a votare». Tra i malumori serpeggia la tentazione, molto viva tra gli ex ds, di un esecutivo con Sel e i transfughi dei Cinquestelle, che continua a perdere pezzi. Che torni la ricetta d’antan  del “partito di lotta” e di governo la dice lunga sulle difficoltà di Bersani, accresciute psicologicamente dal buon risultato delle amministrative intestate al successore Epifani.

«Mi sono dimesso per fissare un punto – aggiunge – al prossimo congresso ragioniamo su cos’è un partito, cos’è una democrazia». Il punto è farlo e con quale equilibrio. Quanto al sindaco di Firenze, Bersani lo definisce persona di «di enorme utilità per il Pd» ma a condizione che non faccia la vittima («Renzi non può dire che ora noi vogliamo cambiare le regole per danneggiarlo, dopo che io ho cambiato le regole per farlo partecipare alle primarie, separando il ruolo da segretario da quello di candidato premier»). Sul congresso i nodi da sciogliere all’ombra di via del Nazareno sono almeno tre: i tempi, la platea dei votanti e il ruolo del futuro segretario, se debba o no coincidere con quello di premier. Su tutti si inserisce l’effervenscente Fabrizio Barca,  globettroter per l’Italia a diffondere il verbo della rinascita della sinistra con il dente avvelenato contro il partito «diventato un comitato elettorale» e un covo di correnti l’una contro l’altra armata.

Ex ministro del governo Monti, un passato in Bankitalia, giura che non si candiderà alla segreteria. La sua mission è quella di lavorare perché la sinistra ritrovi la sua identità, «ci vorranno dieci, quindici anni, ma se mai si incomincia…». Anche Epifani non sfiderà Renzi, sembra ufficiale, ma non rinuncia a farsi sentire facendo pressing sull’esecutivo guidato da Letta. All’ex segretario della Cgil non piace come si sta snodando la discussione su Imu e Ici. «Voglio sapere se  Saccomanni parla a nome del governo e quali sono realmente le cifre a disposizione. Continuiamo a sostenerlo ma avendo le antenne alzate; lo dico gentilmente al Pdl: c’è un limite oltre il quale non si può andare».