L’inservibile G8 che ignora il collasso globale è diventato insopportabile. Perché non abolirlo?

Ma vi sembra normale che i cosiddetti “grandi della Terra”, il G8 insomma, si riuniscano per stringere un patto, del tutto pletorico oltretutto, finalizzato al contrasto dell’evasione fiscale globale? Certo che è importante pagare le tasse e dichiarare guerra ai paradisi dove si nascondono i tesori delle multinazionali e dei miliardari che speculano sui mercati finanziari di tutto il mondo. Abbiamo il sospetto che siano quegli stessi soggetti che pagano le campagne elettorali ai potenti del Globo, in particolare negli Stati Uniti. Il sospetto è l’anticamera della verità, diceva qualcuno. Comunque dubitare è lecito. E probabilmente i grandi evasori non danno un centesimo a coloro che vorrebbero che pagassero tutte le tasse nei paesi di appartenenza, che non si servissero di società off shore, che i bilanci delle loro aziende fossero trasparenti e che, di conseguenza, Paesi come Lussemburgo, la Svizzera, i molti staterelli caraibici si redimessero. In realtà a quelli europei, insieme con i menzionati aggiungiamo l’Austria, non sembra importare molto dell’intemerata del G8 riunito in Irlanda del Nord e si mostrano piuttosto restii a scambi di informazioni. Un sostanziale buco nell’acqua, insomma.

Troppo facile sostenere che ogni Stato dovrebbe badare a che le tasse vengano pagate dai cittadini i quali hanno però pure il diritto di non essere vessati e che la lotta senza quartiere debba essere primariamente ingaggiata contro speculatori e società di rilevante peso finanziario che possono fare scorribande ovunque. Ma detto questo che ci sembra soltanto di buon senso e perfino banale, ritorniamo alla domanda inaiziale: è proprio il caso che il G8 – peraltro obsoleto nella struttura e risibile  nell’impatto sulle politiche mondiali – debba riunirsi sostanzialmente per prendere decisioni del genere? E le guerre che dilagano ovunque nel mondo? E sono guerre culturali e religiose in primo luogo , per poi assumere i connotati di guerre egemoniche anche di tipo economico, di queste non si parla? E della desertificazione che sta uccidendo centinaia di milioni di esseri umani dilatando la povertà a livelli insostenibili? E delle mutazioni climatiche – al cui peggioramento non sono estranee neppure molte di quelle multinazionali evocate nel fresco resort irlandese – per quale motivo non se ne parla, forse perché è un tema sgradito al complesso industriale americano che tenacemente si è opposto al Trattato di Kyoto? E dell’emarginazione di popoli che vedono le loro culture sopraffatte da logiche di profitto, come nell’emergente Brasile dove si sta disboscando la foresta amazzonica, non si dice niente? Dell’aggressione culturale del cosiddetto “pensiero unico” a civilità millenarie in via di sparizione non ci si occupa perché non  è forse molto trendy? Il tema dell’inquinamento planetario è poi scomparso da tutte le agende, come pure non c’è menzione del divario crescente tra primo, secondo e terzo o quarto mondo che implica processi di sradicamento identitario e di flussi migratori non più sostenibili. Potremmo continuare a lungo…

Il G8 ne avrebbe di cose su cui riflettere. Per esempio una domanda i “grandi” avrebbero potuto rivolgerla ad un loro collega, ma se ne sono ben guardati: fino a quando la Russia sosterrà il massacratore Assad in cambio dell’egemonia nella regione e della minacciosa presenza del suo armamento navale nel Mediterraneo?

Se non si ha nessun interesse ad affrondare il declino, le contraddizioni, la paura che dominano il mondo, è meglio abolirlo questo inutile rito mediatico che periodicamente ci dobbiamo sorbire all’ombra dell’ipocrisia dei “grandi” con insofferenza di tutti noi “piccoli”, nostro malgrado “giocati” sulla scacchiera di un mondo che sentiamo sempre più estraneo.