Lega alla resa dei conti. Bossi replica alle minacce di espulsione con una pernacchia

Alta tensione con pernacchia finale da parte del Senatùr a chi gli chiede lumi sul’ipotesi di espulsione che si sta facendo strada nella Lega. Così, tra richiesta di “cartellino rosso” e accuse di tradimento, tra “parricidio” politico e difese del Senatùr (poche per la verità), la sopravvivenza stessa della Lega Nord arriva a un punto cruciale. Anche oggi è alta tensione tra Roberto Maroni e un Bossi sempre più solo dopo che si è arrivati addirittura ad ipotizzare il «parricidio» politico da parte di  Fabio Ranieri, segretario della Lega Nord dell’Emilia. «Quando lui era segretario – ha detto Ranieri – chiunque si fosse comportato così sarebbe stato allontanato», alludendo in maniera particolare all’intervista in cui il Senatùr ha accusato il suo successore Maroni di tradimento. Più di un dirigente si sarebbe lasciato andare a giudizi critici nei confronti del fondatore, ritenendo ad esempio che le sue dichiarazioni abbiano contribuito all’insuccesso del Carroccio alle ultime elezioni. Pochissimi gli esponenti di primo piano  che si siano esposti in difesa dell’ex leader carismatico. Lo ha fatto Marco Reguzzoni, ex capogruppo a Montecitorio, e anche l’ex parlamentare veneta, Paola Goisis, secondo la quale un eventuale allontanamento dell’ex segretario farebbe scoppiare la rivoluzione nella base del Carroccio. «Io sono il segretario federale, c’é una linea politica», tira dritto Roberto Maroni. «Chi non è d’accordo si può accomodare fuori, il mondo è grande», esclama esasperato da Milano, spiegando che adesso «si riparte a discutere di cose concrete e non di menate», di cui «siamo stufi». Maroni ha aggiunto di non voler più «accettare polemiche e diffusione di attacchi personali». Umberto Bossi però replica al duro richiamo del suo segretario e non si sente chiamato in causa dalla minaccia di espulsione e quasi fa spallucce: «Io sono superiore a queste beghe», dice arrivando a Montecitorio e aggiungendo che «l’espulsione non mi preoccupa». Per fortuna, dice, «non siamo padre e figlio». E consegna  una sonora pernacchia ai giornalisti: «Io sono uno che resiste», aggiunge il fondatore del Carroccio.

A margine di un incontro in Regione Lombardia, a Maroni viene chiesto se nella Lega sia in corso un “processo” al presidente Bossi. Lui si limita a rispondere che la questione «è un contorno, a me piace il piatto forte», quello dei contenuti. Il leader del Carroccio  ricorda quanto già detto domenica all’assemblea: «Mi è stato chiesto da tutti di fare il segretario in modo anche più cattivo di quanto fatto finora». Certo, ha ribadito Maroni, «ho chiesto di sapere quelli che non sono venuti perché non sono venuti e stiamo raccogliendo le giustificazioni». A chi gli chiede se però, pur non avendola decisa, sia tecnicamente possibile l’espulsione di Bossi, Maroni replica seccato: «Non mi interessa, la questione oggi non è quella». Stessa risposta infine anche a chi gli chiedeva se tema riunioni di bossiani ribelli: anche di questo «non me ne frega niente». Il redde rationem è però sempre più vicino. Aggiunge Bossi: «Chi espelle ha paura, non è forte. Io non amo chi espelle, porta il suo Movimento alla rottura. Questo vale per tutti». Il riferimento era a Beppe Grillo, ma non solo a lui, probabilmente.