Lavoro: contro l’emergenza non basta l’enfasi dei vertici Ue

Si avverte uno stridente contrasto tra il “fare in fretta” invocato da Letta nel vertice europeo sulla disoccupazione e le posizioni ancora contrastanti che si registrano, in particolare, con l’asse dei paesi del Nord. Nulla da dire sull’iniziativa assunta dal presidente del Consiglio italiano. L’idea di riunire ministri economici e del lavoro della Ue, in linea di principio, non è sbagliata. Se non altro pone i partner nella condizione di  approfondire in sessioni  tematiche problemi di portata complessa. Ed aiuta a scandagliare meglio le iniziative che i singoli paesi dovranno assumere, una volta decisa la strategia comune. Individuate le risorse, occorrerà costruire sistemi di monitoraggio e controllo della spesa, oltre che di verifica degli obiettivi.

Ci pare , però, fuori luogo attribuire a tali vertici un’enfasi eccessiva. Il rischio che a tante, pur importanti, discussioni non faccia seguito alcun cambiamento di rotta è troppo alto. Basta leggere le dichiarazioni di Pierre Moscovici, ministro dell’Economia francese, (“Non tutti abbiamo le stesse esigenze e tutti hanno la propria economia”), oppure osservare lo scetticismo di Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, per capire quanto sia irto di ostacoli il cammino. Nello staff di Enrico Letta si gioisce per essere riusciti a portare a Roma questi signori costringendoli a parlare dell’emergenza lavoro. In fondo, si dice, non era affatto scontato che i tedeschi venissero a Roma a parlare di economia e disoccupazione con tre Paesi che ai loro occhi appaiono come il club del Mediterraneo. Tutto vero. Ma il fatto stesso di registrare questa originaria ritrosia del  Nord Europa la dice lunga sullo stato dell’Unione. Sulle sue contraddizioni, sulle distanze che ci separano, sulle visioni diverse che animano i due blocchi Nord-Sud.

In una Eurozona così frammentata e dalle condizioni oggettivamente non uniformi, ogni proposta che metta in discussione la linea tutta “rigore e debito” di impronta teutonica viene vista con malcelata diffidenza. Basti pensare che neppure la richiesta di una maggiore flessibilità nell’uso dei fondi europei  per avere margini maggiori di impiego nella lotta alla disoccupazione trova spazio. Per non parlare di deroghe alla regole del Patto di Stabilità o dello svincolo per gli investimenti produttivi, che sono l’assillo dei Comuni virtuosi, che pure hanno i bilanci a posto e i conti in ordine.

In queste condizioni di reciproca diffidenza e di paralisi complessiva, si inserisce la preoccupazione per la decisione che fra non molto sarà presa dalla Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca, sul ricorso di incostituzionalità contro la Bce per l’acquisto dei titoli pubblici dei Paesi in difficoltà. Il processo alla Bce è anche il processo a Mario Draghi, che lo ha ideato e autorizzato , come ricorda lucidamente Angelo Panebianco sul Corriere . Al di là dell’esito  , “il fatto stesso che quel processo sia iniziato, la dice lunga sullo stato di salute (pessimo) dell’Europa”.

Ma torniamo al tema del lavoro, che per noi è diventato la cartina di tornasole delle incongrue politiche fin qui seguite per  “obbedir tacendo” alla Merkel ed ai tecnocrati di Bruxelles. Dire che è tutta colpa della Germania  se ci troviamo con una disoccupazione al 12 per cento ed una assenza di lavoro per i giovani e le donne che non si registrava dal dopoguerra, non è giusto. Di colpe ne abbiamo molte noi. A cominciare dalla follia di non modificare quel che andava modificato dello statuto dei lavoratori, per renderlo più in linea con i tempi e i cambiamenti tecnologici. Al contrario si è  ostinatamente insistito sulla idiozia, tutta di marca ideologica, che il lavoro si possa produrre per legge o decreto. Ora tutti riconoscono il danno procurato dalla riforma Fornero e dai perversi meccanismi che hanno ridotto l’area della flessibilità in entrata. Ancora: abbiamo  malauguratamente infierito sulle partite Iva, gettando il bambino con l’acqua sporca. Per colpire le false partite Iva sarebbe stato sufficiente aumentare e rendere efficienti i controlli, invece di bastonare pesantemente i lavoratori autonomi e i liberi professionisti.

Tant’è. Ora sembra che si voglia correre ai ripari. Non  è mai troppo tardi. Purchè  lo si faccia senza ripetere gli errori del passato. Nell’affrontare il tema “disoccupazione” forse è tempo in Europa di mettere sotto esame  il paradigma   consumo privato+ investimenti pubblici e privati+ consumo pubblico+ esportazione netta= Pil  e occupazione . Questi rapporti sono divenuti nel tempo più complessi. Non sono pochi gli economisti che sostengono che la crescita del Pil non è più la sola risposta alle sfide macroeconomiche dei Paesi ricchi dell’Europa. E che non è possibile risolvere i problemi dell’equilibrio, anche del bilancio pubblico, mediante il solo aumento della produzione. Anzi, il circolo per taluni appare vizioso. Non in grado di farci uscire dalla morsa, sia pure ciclica, del deficit di bilancio. E’ questa la sfida che si pone per l’Europa. Essa richiede la capacità di pensare in modo nuovo.  Ad una diversa distribuzione del lavoro e dei redditi. Ad un welfare articolato su basi nuove. Ad un maggior vantaggio per il benessere collettivo rispetto alla crescita dl consumo privato. Queste analisi cominciano a farsi strada nel dibattito politico europeo.  Potrebbe essere utile non trascurarle.