Larghe intese e vicende giudiziarie: l’autunno della politica si preannuncia caldissimo

Enrico Letta cerca di spargere miele dicendo che il governo è al sicuro dinanzi all’accelerazione negativa delle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. Il presidente del consiglio non può fare altrimenti e ha il dovere di mettere in sicurezza almeno agli occhi degli osservatori internazionali la sua strana maggioranza. La realtà, però, è non poco diversa. Berlusconi promuovendo e sposando il governo di larghe intese ha fatto un grande atto di coraggio, costringendo il suo mondo ad abbracciare quelli che da circa vent’anni additava come pericolosi comunisti. L’operazione, che ha degli oggettivi costi elettorali e delle ripercussioni interne al Pdl, divisosi tra colombe che vogliono governare cinque anni con Letta e il Partito democratico e falchi a cui piacerebbe staccare la spina all’esecutivo e tenere unito e in battaglia l’elettorato, doveva avere però anche tre significativi benefici. Berlusconi era infatti convinto che il governo di larghe intese benedetto dal rieletto Giorgio Napolitano portasse a un abbassamento dell’eccessiva pressione giudiziaria nei suoi confronti, ad un pacchetto di riforme economico-sociali capaci di tranquillizzare famiglie e imprese e a una revisione della Costituzione per rendere irreversibile il bipolarismo, magari con l’elezione diretta del presidente della Repubblica.

Dopo cinquanta giorni di governo e nonostante l’ottimismo sparso dal premier Letta i costi che il Pdl deve pagare per le larghe intese cominciano a farsi sentire, com’è emerso anche in occasione delle elezioni amministrative, mentre dei benefici a Palazzo Grazioli non se ne vede nemmeno l’ombra. La questione giudiziaria diventa invece sempre più pericolosa e dopo la pronuncia della Corte Costituzionale (che è pur sempre, piaccia o no, l’organismo giudiziario più “politico” che c’è in Italia) diventa oggettivo e palpabile il rischio di un autunno caldo con Berlusconi condannato in via definitiva, interdetto dai pubblici uffici e fatto decadere da parlamentare. Arrivati a quel punto il Cavaliere rischierebbe di trovarsi in un cul de sac, con Pd e Grillini che spinti dalle loro piazze virtuali e non difficilmente potrebbero salvarlo con un voto parlamentare dalla decadenza. A quel punto la minaccia di staccare la spina diventerebbe un’arma spuntata, che servirebbe solo a far nascere una maggioranza tra democratici e grillini dissidenti pronta a spostare la barra del governo a sinistra. Ma se anche il Pdl riuscisse a portare il Paese al voto dopo un così duro colpo per Berlusconi sarebbe una campagna elettorale tutta in salita, con il centrodestra indebolito dai problemi del leader, dalla crisi della Lega e dall’impossibilità di allargarsi al centro, e un centrosinistra favorito dall’appeal della candidatura di Matteo Renzi e dalla crisi di Grillo. Ecco perché dall’interno del Pdl si leva sempre più forte e insistente la voce di chi vorrebbe staccare la spina subito per andare al voto in autunno, prima che si consumino i rischi di sentenze definitive, interdizione e decadenza. E con il vantaggio di poter aprire una crisi su questioni molto popolari tra gli elettori, come l’aumento dell’Iva al quale il governo sembra ormai rassegnato o l’incapacità di aver preso misure immediate sull’Imu, sul sostegno alle famiglie, alle imprese e ai giovani disoccupati. Concludendo, delle due l’una. O avremo un autunno caldo tra sentenze e voto sulla decadenza o sarà caldo per una nuova e infuocata campagna elettorale.