La guerra tra il Sartori politicamente scorretto e gli ortodossi del “Corriere”

È arrabbiato il professor Giovanni Sartori. Ce l’ha con il Corriere che non ha pubblicato come editoriale un suo pezzo in cui criticava la ministra Cecile Kyenge. L’articolo è stato pubblicato di taglio medio e in 50 anni, si lamenta Sartori, non era mai accaduto. La detronizzazione, s’immagina, è avvenuta perché il Corriere non condivideva gli aspri strali lanciati da Sartori contro Kyenge. “Nata in Congo – ha scritto Sartori – si è laureata in Italia in Medicina e si è specializzata in Oculistica. Cosa ne sa di integrazione, di ius soli e correlativamente di ius sanguinis?”. Il politologo contesta anche l’affermazione del ministro Kyenge secondo cui il nostro sarebbe un paese “meticcio”. “Se lo Stato italiano le dà i soldi si compri un dizionarietto, e scoprirà che meticcio significa persona nata da genitore di razze (etnie) diverse. Per esempio il Brasile è un Paese molto meticcio. Ma l’Italia proprio no. La saggezza contadina insegnava ‘moglie e buoi dei paesi tuoi’. E oggi, da noi, i matrimoni misti sono in genere osteggiati ferocemente dagli islamici”.

Intervistato oggi da Il Fatto, Sartori, dopo aver minacciato ieri di interrompere la storica collaborazione con il Corriere, rincara la dose: “Liquidare la questione richiamando il razzismo è un artificio polemico scorretto. Io sono uno studioso, ho scritto due libri sull’argomento, mentre la ministra è un’oculista. Dice solo sciocchezzze, stia zitta e si faccia scrivere i testi da Livia Turco, che poi è la sua ispiratrice occulta. I miei sono giudizi di merito, il razzismo che c’entra? Se il direttore si è fatto questo scrupolo, colpa sua…”.

Quale scrupolo avrà indotto il Corriere a ridimensionare il commento di Sartori? Forse l’omaggio al politicamente corretto o forse anche il non voler accostare una testata autorevole a certe degenerazioni del politicamente scorretto che hanno liquidato le proposte del ministro Kyenge con striscioni e volantini dal contenuto inequivocabilmente razzista. Certo tenere separati i due piani, quello degli insulti beceri e quello delle critiche argomentate, non dovrebbe comunque rivelarsi poi così arduo, visto che la firma di Sartori dovrebbe costituire, a questo riguardo, una garanzia. E mentre la querelle è in pieno corso Avvenire, replicando a Sartori con un articolo di Marco Impagliazzo,  rilancia in prima pagina la proposta dello ius culturae, che non si fonda né sul “suolo” né sul “sangue” ma su un diritto acquisito dal futuro cittadino, figlio di gentiori lungoresidenti,  al termine di un ciclo scolastico. Impagliazzo, infine, ricorda a Sartori che il “fare gli italiani – motto di risorgimentale memoria – è il compito di ogni Italia, anche di quella attuale”.

Il dibattito va avanti e certo il ministro Kyenge si trova nella scomoda situazione del parafulmine su cui si andranno a scaricare le saette dei contrari ma anche le adulazioni dei favorevoli. Un ruolo del resto da lei consapevolmente accettato ricevendo dal governo Letta la delega per l’immigrazione e rilanciando il tema della cittadinanza ai figli degli stranieri. Era prevedibile che il dibattito sarebbe stato lungo e controverso ma soprattutto va ricordato che un’eventuale legge in questa direzione dovrebbe essere il risultato della sintesi di una discussione e non l’applicazione a tavolino di giudizi precostituiti.