La decisione della Consulta non è “la condanna” di Berlusconi

Come scrive giustamente Mattia Feltri in un tweet – ammirevoli quelli che riescono a dire cose non idiote in così poche battute – “la rete è la folla e la folla è sanguinosa, lincia…”. Il popolo del web, a commento della delibera della Consulta che non ha riconosciuto a Berlusconi il legittimo impedimento sul processo Mediaset, ha già certificato la morte del Cav, la sua sepoltura politica e la dispersione delle sue ceneri con conseguente staliniana damnatio memoriae. Io sono un guastafeste professionale e non so resistere alla tentazione di smontare gli entusiasmi e le granitiche certezze delle variabili maggioranze. La decisione della Consulta, è necessario chiarire, incide solo sui tempi della prescrizione di una condanna che Berlusconi ha già ricevuto e priva la difesa dell’ex presidente del Consiglio di alcuni elementi procedurali che potevano sostenere la richiesta di invalidare il processo. Tecnicismi che non vale la pena di approfondire. Ma dire le cose come stanno e non come si vorrebbe che fossero è necessario, anche se non genera simpatia. Quindi, il problema serio si porrà in autunno, quando e se la Cassazione deciderà di confermare la condanna già emessa ai danni di Berlusconi. Quella condanna eventuale, secondo i fan delle soluzioni giudiziarie delle impasse politiche farebbe saltare l’argine che ha permesso a Berlusconi di sopravvivere a venti anni di bombardamento da parte delle cellule dei magistrati militanti e dare inizio ad una sua inevitabile caduta negli inferi. In realtà nulla è così scontato. Ad esempio non è scontato che se si arrivasse addirittura all’assurdo di dichiarare Berlusconi incompatibile con le cariche politiche ex post (persino la stampa estera antipatizzante sottolinea che si tratterebbe di una soluzione piuttosto originale) il leader del centrodestra sarebbe estromesso dalla politica. Potrebbe, ad esempio, continuare ad essere il presidente del suo partito e – altro esempio – dedicarsi come ha sempre fatto alle campagne elettorali, intervenire sui media, partecipare a manifestazioni e dibattiti. Paradossalmente sarebbe costretto a invertire il rapporto tra partito e cariche istituzionali che fin qui ha fatto sì che il Pdl fosse un partito non nato. Quando era al governo, Berlusconi teorizzava che il partito andasse utilizzato solo per le campagne elettorali e che anche la compagine parlamentare avesse un’utilità relativa visto che “le cose” si facevano in consiglio dei ministri. Poi ha scoperto quanto vitale per la politica fossero i numeri in Parlamento, tanto che lì ha usati genialmente capovolgendo gli esiti elettorali che lo vedevano all’opposizione per un pugno di voti e trovando una strada parlamentare per tornare al Governo. Se fosse messo in condizione di non poter fare il parlamentare o altro – e ritengo il sogno di molti di vederlo in carcere assolutamente irrealizzabile – sarebbe “costretto” a fare il leader politico trascinatore di folle full time, il “padre nobile” come dice lui. E chissà che alla fine non gli venga bene anche questa, ennesima trasformazione. Il ragazzo è oggettivamente pieno di risorse e, finora, chi lo ha sottovalutato ha sempre fatto male i calcoli…