La Corte Suprema Usa decide di non brevettare il Dna umano. Soddisfatti medici e pazienti

Il lungo braccio di ferro sulla possibilità di brevettare il Dna umano sembra arrivato finalmente alla fine. Il “no” della Corte Suprema Usa mette fine ad anni di dibattito e di pressioni da parte delle aziende per le quali il materiale genetico rappresenta una fonte molto interessante di profitto. Era una decisione attesa, soprattutto alla luce del fatto che in Europa il “no” alla possibilità di brevettare geni o sequenze di Dna umano è stato chiaro fin dall’inizio. Per gli osservatori è una delle decisioni più significative nell’era della medicina molecolare ed è inoltre una vittoria per medici e pazienti, per i quali la possibilità di brevettare il Dna umano interferisce con la ricerca scientifica e medica. Il “no” ai brevetti del Dna umano è stata presa all’unanimità dai nove “saggi” della Corte Suprema, che hanno ammesso esclusivamente la possibilità di brevettare il materiale genetico prodotto sinteticamente. Per il genetista Giuseppe Novelli, dell’università di Roma Tor Vergata, potrebbe essere questo, ad esempio, il caso delle cellule staminali ottenute da organismi chimera, ossia da organismi che in natura non esistono. Oppure il caso degli organismi che in futuro potranno essere costruiti in laboratorio grazie alla biologia sintetica.
A sollevare il problema è stato il caso relativo ad alcuni brevetti della Myriad Genetics, un’azienda privata di Salt Lake City specializzata nella diagnosi molecolare delle malattie, in particolare nella ricerca sui geni legati al tumore del seno e delle ovaie. È stata questa azienda, per esempio, ad annunciare nel 1990 la scoperta del primo e più famoso dei geni legati al rischio di tumore del seno, chiamato Brca1. Oggi la stessa azienda si è specializzata in test genetici per la diagnosi dei tumori di seno, colon, utero, melanoma e pancreas. Al centro della decisione della Corte Suprema americana c’è quindi la possibilità di brevettare la scoperta di mutazioni genetiche analoghe a quelle che hanno portato l’attrice Angelina Jolie ad affrontare un intervento chirurgico radicale come la mastectomia perché portatrice di uno dei geni a rischio. L’assenza di brevetti, ad esempio, all’inizio degli anni ’50 ha permesso alla ricerca sui tumori di avere un impulso senza precedenti grazie alle “cellule immortali” di Henrietta, la donna americana malata di tumore che ha donato alla ricerca le sue cellule, dalle quali sono state derivate le prime linee cellulari al servizio della ricerca sul cancro. Per il genetista Paolo Vezzoni, del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e fra i pionieri delle ricerche sul genoma umano in Italia, «la decisione della Corte Suprema americana era ormai nell’aria» e il “no” è stato «un segnale importante del fatto che la salute va al di là dei brevetti». Una delle obiezioni principali alle pressioni esercitate dalle aziende – ha osservato – è che «i brevetti rendono più difficile accedere alle cure». Secondo Novelli, un altro grave ostacolo legato ai brevetti è nel fatto che creano ritardi nella ricerca «perché impediscono l’accesso alle informazioni».