La Corte Costituzionale ha aperto la strada a una crisi politica e istituzionale. Che errore non riformare la giustizia

La domanda che aleggia è questa: che cosa succederà se la Cassazione, presumibilmente entro la fine dell’anno, confermerà la sentenza d’appello e condannerà in via definitiva Silvio Berlusconi alla pena detentiva comminatagli e, soprattutto, all’interdizione dai pubblici uffici, decretandone l’espulsione dal Parlamento? Nessuno al momento sa rispondere. E chi presume di averla una risposta, se la tiene ben stretta dentro se stesso. Ed è fin troppo naturale un atteggiamento di questo genere. Soprattutto a fronte delle conseguenze di un conflitto senza precedenti in una democrazia occidentale tra potere giudiziario ed una parte considerevole della classe politica che a sua volta, non dimentichiamolo, rappresenta una fetta tutt’altro che trascurabile dell’elettorato.

Di errori affinché si arrivasse a questo dramma che avrà indiscutibili ripercussioni sulla vita pubblica ne sono stati commessi tanti proprio dal potere politico. Il Parlamento, infatti, non ha proceduto, come avrebbe dovuto, ad una riforma della giustizia – a cominciare dalla separazione delle carriere –  con il deprecabile risultato che si è consegnato mani e piedi al potere giudiziario, quale ostaggio consapevole, finendo per favorire quel processo di supplenza che talvolta il “governo dei giudici” ha esercitato condizionando lo svolgimento del confronto democratico. E poi non si è reso conto che il ripristino (anche questo disatteso) dell’articolo 68 della Costituzione, sola guarentigia che i parlamentari avevano a disposizione, avrebbe riequilibrato il rapporto tra i poteri dello Stato. L’imprudenza di cancellarlo nel corso della bufera di Tangentopoli dimostrò la viltà del Parlamento di fronte alla pubblica opinione ipnotizzata da giudici che usavano disinvoltamente le manette come se avessero dovuto redimere un intero sistema di potere. Non è questo il modo di amministrare la giustizia, e si è visto infatti le cose come sono andate. Per non parlare del riordino delle intercettazioni su cui un’ampia maggioranza, partendo da un disegno di legge presentato nella precedente legislatura dal governo Prodi, si sarebbe potuta trovare. Il centrodestra, ad essere sinceri, porta la maggiore responsabilità di queste riforme mancate e necessarie. Sarebbe ipocrita ometterlo, come  – ci rendiamo conto – è del tutto inutile sottolinearlo adesso, a meno di non volersi far venire un attacco di bile.

Dopo la pronuncia della Consulta, al di là delle molte considerazioni che sono state fatte (convincente una sola: la libertà del presidente del Consiglio dei ministri di fissare come e quando vuole, valutandone solo lui l’urgenza e la necessità, una seduta del Consiglio stesso senza doverla comunicare preventivamente a chicchessia, né giustificarsi davanti ad un giudice che deve soltanto prendere atto, proprio perché parte di un altro potere, delle esigenze del capo dell’Esecutivo e, dunque, del “legittimo impedimento” che non gli consente di partecipare ad un’udienza che lo riguarda), resta in piedi e si arroventerà con il passare del tempo appunto la domanda: che cosa succederà. Ma anche: potrà vivere mesi di fibrillazione, e incertezza un esecutivo da oggi sempre sul punto di esplodere per cause esogene che possono determinare tensioni interne a fronte dei rischi che corre il leader di uno dei partiti della coalizione fino ad  esondare travolgendo la compagine governativa e l’alleanza che lo sostiene?

Per quanto si possa essere “responsabili”, crediamo proprio di no. Dopo la sentenza della Consulta è indiscutibilmente più fragile il governo e lo stesso presidente della Repubblica non viene più ritenuto, da buona parte del Pdl che ne ha voluto la riconferma, “affidabile” come “moderatore” tra i poteri dello Stato, quasi che avesse potuto influenzare il giudizio della Corte costituzionale. Dunque, è prevedibile un rapido logoramento. Con quali esiti è impossibile dirlo. Certo, non rassicuranti. La crisi istituzionale sta diventando esplosiva.