Italia troppo esterofila, da noi non vale l’eccezione culturale

Forse i francesi saranno anche “reazionari”, come si è fatto incautamente scappare il presidente della Commissione europea Manuel Barroso, ma non c’è solo una motivazione dettata dal protezionismo commerciale nella loro strenua difesa dell’eccezione culturale, principio grazie al quale non si applicano al mercato dell’audiovisivo e della cultura le regole del libero scambio. Quello di Parigi, com’è noto, è stato il governo che a prescindere dai colori della politica ha sempre tenuto a marcare differenze con l’alleato americano. La Francia non ha mai (giustamente) inteso abdicare al suo ruolo imperiale neanche quando  una dopo l’altra  ha finito per perdere – e non alla maniera soft dei britannici – gran parte delle sue colonie. È stato così al momento del varo dell’Alleanza atlantica, al tempo della chiusura del canale di Suez fino alla crisi dei rapporti causata dalla seconda guerra irachena culminata nella caduta di Saddam Hussein. C’è quindi anche una traccia dell’antica e mai sopita grandeur alla base della decisione di non vedere le proprie sale cinematografiche e le proprie tv alluvionate da film, format e prodotti made in Usa. Ed infatti, tra il 2005 ed il 2011 il mercato francese ha consumato solo il 50 per cento di prodotti audiovisivi americani contro una percentuale di poco inferiore al 80 per cento degli altri mercati europei. Va evidenziato che Oltralpe il sostegno all’execption culturelle ha visto la mobilitazione di registi, produttori, attori e divi del piccolo e del grande schermo oltre ai nomi più in vista della cultura nazionale. Una circostanza che sta impegnando il governo in un serrato braccio di ferro proprio con Barroso al G8 in via di svolgimento. Prova di forza vinta da Hollande che è riuscito a far escludere il settore audiovisivo dal negoziato euroamericano. In Italia è difficile sostenere la stessa battaglia. Ne manca l’humus. Decenni di esterofilia unita alla demonizzazione di ogni elemento che appena appena suonasse nazionale da parte dell’establishment intellettuale hanno di fatto reso la nostra un’eccezione culturale, nel senso che la regola è quella importata. Il simbolo di questa nostra resa senza condizioni è ben simboleggiata da Rai International, la struttura del nostro servizio pubblico radiotelevisivo dal nome inglese e dalla mission (ahi!) più che nazionale: valorizzare e promuovere  la cultura e la lingua italiana nel mondo. Scontiamo, in tal senso, anche l’esito di un annoso e sfibrante dibattito tutto interno sulla Rai, sul suo rapporto con i partiti, sulla sua dipendenza dalla politica, sulle sue scelte gestionali interne. Poche volte ne è stato evidenziato e assecondato il potenziale protagonismo che avrebbe potuto esercitare, ad esempio, nel Mediterraneo o addirittura nel mondo come veicolo delle nostre numerose eccellenze nel campo della moda, del design, dell’agroalimentare, nell’artigianato artistico. Anche questa irresponsabile sottoutilizzazione del più importante, più attrezzato e diffuso strumento di cui dispone ha impedito al sistema Italia di affrontare la sfida della globalizzazione facendo leva sulla valorizzazione di tutti quei nostri tanti primati che non sono imitabili né delocalizzabili. E i risultati di tale miopia politica si vedono tutti: omologazione di linguaggi, di genere, di format con la tv commerciale, bilanci in rosso, perdita di autorevolezza presso l’opinione pubblica (parte dell’evasione del canone va letta anche così), difficoltà nella sfida con il mercato e l’innovazione tecnologica. No, così non siamo proprio attrezzati per invocare l’eccezione culturale. E lo stesso vale – con qualche eccezione – per il cinema, a lungo allevato con sussidi ed assistenzialismo statale. Nel grande più che nel piccolo schermo forse andrebbe ingaggiata una vera e propria battaglia di libertà per affrancarci da antiche tare ideologiche.  E’ auspicabile che nasca un terzo genere che ci liberi dalla feroce opzione tra cinepanettone (almeno premiati al botteghino) e il film cosiddetto impegnato che da decenni ci propone sempre la stessa chiave di lettura della nostra storia e perfino della nostra quotidianità. occorre un bel basta agli indottrinamenti in celluloide spacciati dalla critica come capolavori, finanziati a loro insaputa dai contribuenti e quasi sempre stroncati nelle rassegne internazionali. Il cinema italiano è stato un tempo grande perché – alla maniera di Balzac – riusciva ad essere universale pur raccontando la vita nei suoi più sperduti villaggi. C’era forse un profumo di libertà che poi è scomparso tra i fumi dell’ideologia e degli stilemi del politicamente corretto. Forse è per questo che quando facendo zapping incrociamo un film americano ci sistemiamo per bene e  non cambiamo canale.