In Iran è sfida a quattro per designare il successore di Ahmadinejad

Domani 14 giugno l’Iran andrà alle urne per eleggere il nuovo presidente che succederà a Mahmud Ahmadinejad. Inutile nascondere l’estrema importanza di queste consultazioni per l’atteggiamento che il grande Paese asiatico prenderà sulle principali questioni geopolitiche della regione: la guerra civile in Siria innanzitutto. L’Iran, oltre 72 milioni di abitanti in gran parte sciiti, ha raddoppiato nell’ultimo secolo la sua popolazione, oggi composta in maggioranza da giovani altamente scolarizzati e accademizzati. Insieme a questi record, anche quelli della disoccupazione giovanile, sul 30 per cento, e quello della fuga dei cervelli. Ma non è diaspora, come ai tempi della rivoluzione di Khomeini, perché i laureati che abbandonano la Persia rimangono in stretto contatto con la loro nazione, seguendene da vicino le vicende politiche e nel contempo influenzando in qualche modo l’ambiente del Paese dove si trovano a vivere e a lavorare, spesso a livelli medio-alti. In lizza soprattutto quattro candidati, di cui tre conservatori e uno espressione dell’area moderata-riformista finora marginalizzata dopo la repressione delle manifestazioni del 2009.

Più di 50 milioni di iraniani – sotto la pressione soprattutto inflattiva delle sanzioni internazionali contro il programma nucleare di Teheran sospettato di finalità militari ma che il governo asserisce essere assolutamente di scopo pacifico – sono chiamati alle urne per eleggere il successore di Ahmadinejad giunto alla fine del suo secondo e non più rinnovabile mandato. Con la gestione del dossier nucleare nelle mani della Guida suprema Ali Khamenei, il compito del futuro presidente iraniano sarà soprattutto quello di intervenire su un’economia piagata dagli effetti delle sanzioni e da squilibri interni, oltre che sulla gestione di una società solo in parte allineata ai rigidi principi morali dell’islam sciita. Sono almeno quattro gli esponenti considerati vicini all’ayatollah Khamenei: il negoziatore per il nucleare Said Jalili, il sindaco di Teheran, Mohammad Baqer Qalibaf, il consigliere diplomatico della Guida, Ali Akbar Velayati e l’indipendente Mohsen Rezai.

A concentrare le forze dei moderati che fanno riferimento all’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e dei riformisti guidati da un altro ex capo di Stato, Seyyed Mohammad Khatami, è il religioso Hassan Rohani, noto in Occidente per aver negoziato una sospensione dell’arricchimento dell’uranio nel 2003, e che sembra a oggi il favorito. Secondo un sondaggio, uno dei pochi resi noti, invece sarebbe favorito il sindaco di Teheran. La selezione dei Guardiani ai danni di un Rafsanjani destinato a stravincere come ha fatto intendere lui stesso, o l’autoesclusione dichiarata da Khatami ancora inseguito da moniti-minacce sul suo contributo alla protesta post-elettorale del 2009, hanno privato la gara rispettivamente di un big moderato e del leader della principale forza di opposizione.

I riformisti iraniani, da parte loro, hanno riposto nel candidato Hassan Rohani le loro speranze. Il peso elettorale di Rohani, capo del centro di ricerca del Consiglio per i pareri di conformità (una specie di corte costituzionale), è accresciuto dal sostegno ufficioso che gli viene da un altro ex-presidente iraniano,  Rafsanjani. La concentrazione di forze elettorali nel campo finora emarginato, secondo analisti internazionali e editorialisti iraniani, dovrebbe avere ripercussioni fra i quattro candidati conservatori più vicini alla Guida Suprema Ali Khamenei. Rohani incarnerà dunque l’unica opposizione allo schieramento dei fedelissimi della Guida suprema: negoziatore nucleare per due anni sotto la presidenza Khatami, nel 2003 aveva concordato una sospensione dell’arricchimento dell’uranio iraniano ottenendo un certo allentamento delle pressioni internazionali fino alla ripresa, sotto Ahmadinejad, di questa attività sospettata di finalità militari. Rohani già rilascia dichiarazioni distensive: Iran e Usa devono aprire «una nuova pagina nelle relazioni bilaterali per diminuire lo stato di ostilità e sfiducia» esistente, ma per far questo il presidente Barack Obama deve cambiare il suo comportamento ostile, ha infatti affermato in una intervista pubblicata dal quotidiano panarabo Sharq al Awsat Hassan Rohani, che si è inoltre impegnato, se eletto, a «trasformare in cooperazione le controversie esistenti con l’Arabia Saudita», dichiarandosi convinto di poter ottenere il sostegno della Guida suprema, Ali Khamenei, in politica estera. Mentre farà «tutto il possibile per ottenere la liberazione di Mir Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi», i candidati riformisti alle elezioni del 2009 agli arresti domiciliari dopo la repressione delle manifestazioni di piazza contro la rielezione di Mahmud Ahmadinejad. Rohani, ex negoziatore sul programma nucleare iraniano, lo ha difeso affermando che «é del tutto pacifico e che su questo tema c’è stata una campagna politica mirata ad alterare i fatti, in particolare per servire gli interessi di Israele».