Il “Toghe rosse club” riga la macchina a Berlusconi

Una delle cose che rende veramente antipatici è dire – quando tutti gridano e usano iperboli – che in fin dei conti non è successo niente. Nel caso della condanna di Berlusconi per il processo Ruby, bisogna specificare: nulla di inaspettato. E quindi nulla che possa generare enorme sensazione. Chi aveva immaginato o sperato in un esito differente di questo processo era un illuso che non aveva compreso la gravità della situazione in cui versa l’amministrazione della giustizia in Italia. Quando i presidenti di turno della Anm ripetono come un mantra che non esiste alcun potere al di sopra della magistratura, non usano un eufemismo: intendono dire proprio quello. E bisogna dare merito alla sincerità. Nessuno, significa nessuno. Quando si scrivono retroscena che immaginano interventi del Colle volti a ristabilire equilibri o disinnescare conflittualità, quando si dice (anche oggi) che la sinistra offrirà a Berlusconi un salvacondotto o che questo o un altro governo possa o debba fare questo o quello per far sì che – tra le altre cose – ci sia una giustizia più equilibrata, si tratta di vaneggiamenti. Berlusconi non avrà bisogna di salvacondotti perché questa sentenza – se non verrà ribaltata o modificata in appello – finirà in prescrizione. Alcuni stra-entusiasti assicuravano sui social network che, pur con la prescrizione, l’interdizione a vita sarebbe rimasta e quindi l’Italia sarebbe comunque liberata dal tiranno. Ma ovviamente si tratta di un’idiozia da illetterati, perché l’interdizione è una pena accessoria alla sentenza principale e quindi, decaduta una, decade anche l’altra. Ma allora, ci si dovrebbe chiedere, a che cosa è servito questo lungo e sensazionale processo se si sapeva che la condanna sarebbe stata comunque vanificata? Serviva – va da sé – a tenere Berlusconi sul rogo mediatico, far finire nuovamente l’Italia sulle prime della stampa estera come “il Paese del Bunga-Bunga”, comunicare a Berlusconi, ai suoi amici e al mondo intero che chi tocca le toghe si brucia. Si tratta di un dispetto, se vogliamo, ma di un dispetto molto significativo, soprattutto per gli addetti ai lavori. Significa: noi non ti molliamo e comunque nessuno può impedirci di fare quello che avevamo in mente di fare. E il fatto che a questa condanna non seguirà un’esecuzione è una dimostrazione di strapotenza maggiore. “Non serve a nulla? Comunque sia ti abbiamo fatto un dispetto”. E non è da escludere che all’appello non si arrivi mai, proprio per evitare che la sentenza venga ribaltata. A cosa serve? A permettere ai giornalisti di scrivere per l’eternità che Berlusconi è stato condannato senza timore di smentita o querela, perché alla storia giudiziaria resterà solo la condanna. Ciò detto, il capitolo Ruby è chiuso. Se ne parlerà ancora per qualche giorno, poi bisognerà trovare qualcosa d’altro per tenere il Caimano sullo spiedo. Ci sono ancora tante intercettazioni e tante carte nei cassetti. E i magistrati non pagano le spese processuali e nemmeno se sbagliano le sentenze. A pagare sono i contribuenti. E vale la pena di ricordare, a maggior beffa, che il maggior contribuente d’Italia è proprio lui.