Il sistema è destabilizzato: una sentenza l’ha reso impotente. E i partiti non sanno cosa fare

La sentenza che condanna Berlusconi a sette anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, non è una sentenza come un’altra. E’ il punto di arrivo di un lungo processo di delegittimazione politica ed umana di un leader che, comunque lo si giudichi, ha incarnato vent’anni di vita pubblica italiana. Adesso questo leader è additato al pubblico ludibrio da un giudizio che si abbatte non soltanto su di lui, ma su tutta la parte politica che rappresenta avendola questa seguito e difeso in tutte le sue peripezie giudiziarie. Gli avversari di sempre – a parte i cannibali che gioiscono come se avessero addentato brandelli di carne per il loro truculento pasto – rialzano la testa e quel che vedono non gli piace per niente: è un paesaggio confuso e contraddittorio che in altri Paesi farebbe rabbrividire. Con questo “nemico”, infatti, si trovano addirittura a governare. E’ lui che regge le sorti dell’esecutivo. Da una sua parola dipende la continuazione della singolare esperienza o la fine. E si domandano: dopo averlo combattuto, adesso che l’espulsione dal Parlamento per via giudiziaria sta maturando, possiamo continuare a far finta di niente e condividere con il suo partito che è la sua personale proiezione politica la guida del Paese?

Domanda più che legittima. Che anche Berlusconi ed i suoi, sul versante opposto, si pongono. Aggiungendone un’altra: coloro i quali hanno spinto per vent’anni affinché questo esito si verificasse ora possono stare sulla stessa barca, consapevoli  che una certa magistratura ha contribuito in maniera determinante a realizzare il loro disegno?

Come fanno gli uni  e gli altri a far finta che nulla sia accaduto, che la “normalità” della collaborazione governativa prosegua senza scossoni mentre gli antiberlusconiani militanti si danno di gomito e  pregustano la fuoriuscita del Cavaliere con conseguente disfacimento del suo partito, mentre i pretoriani del Grande Imputato, ormai Condannato, per quanto non in via definitiva (ma tale circostanza in politica è davvero un dettaglio), che mai si ressegneranno ad essere guardati come figli di un “dio minore” destinati all’estinzione?

E’ fin troppo evidente che la baracca non può reggere ad intemperie come quelle che si sono addensate sul suo fragile tetto. Crediamo che tutti ne siano convinti, ma non c’è nessuno che se la senta di porre in termini ultimativi la questione. Men che meno il presidente del Consiglio che in questa fase tenta di assolvere come può al compito più ingrato che il destino gli ha apparecchiato: far convivere ciò che mai sarebbe stato immaginabile potesse convivere. E dalla convivenza, ormai è chiaro, tutti hanno da perdere. Aver creduto che davvero una “pacificazione” sarebbe stata possibile, non è stato soltanto un errore di prospettiva, ma un abbaglio politico dovuto all’impotenza certificata da parte dei soggetti in campo.

Come si “pacificano” poteri dello Stato che hanno ingaggiato da tempo immemorabile un conflitto senza esclusioni di colpi il cui epicentro è proprio Berlusconi? Altro ci sarebbe voluto per mettere l’Italia in sicurezza per tentare di salvarla dalle incursione dei “mercatisti” mondiali e dai predatori europei. C’era bisogno che qualcuno vincesse chiaramente le elezioni e governasse. Ma era scritto che non poteva accadere grazie ad una legge elettorale che non lo consentiva.

Di fronte ad un leader che è il vero dominus del governo, che cosa faranno le forze politiche al di là della rappresentazione delle loro inconciliabili posizioni? Se lo chiedono gli italiani inquieti. La conclusione, al momento, è semplice: per il momento nulla. A nessuno conviene staccare la spina senza sapere quali saranno gli equilibri che si andranno a costituire. Almeno fino ad un “incidente” parlamentare di un certo rilievo.

Intanto la palude si allarga. E l’Italia lentamente s’inabissa.