Il Pdl o ridiventa un partito-coalizione o è destinato ad estinguersi

Se il Pdl facesse tutto quello che molto opportunamente chiede su questo giornale Mario Landolfi – organizzazione di un’area di consenso, convocazione del congresso nazionale, adozione di procedure trasparenti e lineari per l’individuazione dei candidati a tutti i livelli, investimento sul mondo giovanile – non sarebbe più il Pdl.

È dal 2009, infatti, che vengono formulate richieste del genere, ma la “berlusconizzazione” del nascente partito-contenitore del centrodestra, nonostante la tutt’altro che marginale presenza di Fini e della componente di An, era già avvenuta e di lì a poco avrebbe dispiegato la sua “geometrica impotenza”, proprio perché incurante degli assetti necessari richiamati, perdendo una dopo l’altra tutte le competizioni elettorali. Come ha perso quella del febbraio scorso con la volatilizzazione di oltre sei milioni di voti, nonostante il Cavaliere si sia speso enormemente riuscendo ad attutire una sconfitta che si profilava catastrofica: va detto, con onestà, che gli hanno dato una mano la “non-vittoria” del Pd e l’irruzione sulla scena del Movimento Cinque Stelle, fenomeno che peraltro sembra già in via di esaurimento.

Con le amministrative malamente perse, si è chiuso un ciclo: quello del Pdl che “berlusconizzato” (quando la sua presenza è più massiccia) o “deberlusconizzato” (quando lascia ai colonnelli la conduzione politica) non  riesce ad esprimere, al di là degli stessi risultati elettorali, una idea di nazione, di Stato, di società, di economia, per non dire di una “cultura della comunità” frutto della identità vissuta nella militanza politica e nelle istituzioni rappresentative. È per questo che il suo “popolo” non si è espresso rifiutando il voto; ed è ancora più significativo che non abbia trasferito i consensi ad altri partiti, come a far capire di restare in attesa, stanco ma non rassegnato, avvilito e deluso ma non interiormente sconfitto.

Se il Pdl “berlusconizzato” è quantomeno “vitale”, quello “deberlusconizzato” è semplicemente inesistente, come è stato riconosciuto. Si converrà che tanto l’uno quanto l’altro, comunque li si consideri, non soddisfano la domanda elettorale di milioni di italiani che fino al 2008 ed anche alle europee dell’anno successivo, si sono espressi con fiducia nell’assecondare la costruzione del promesso “partito unico” del centrodestra immaginandolo in grado di rappresentare ideali, valori, istanze e bisogni di un blocco sociale ampio e variegato che cercava da tempo chi ne interpretasse le ansie e lo spirito di rinnovamento che lo animava.

È accaduto qualcosa di tutto questo? Sinceramente, mi pare di no. Per il semplice motivo che il Pdl non è mai divenuto il partito che si immaginava, caratterizzato anche da quegli elementi a cui Landolfi faceva riferimento nel suo articolo di ieri. È stato, in buona sostanza, il soggetto politico del Presidente che quando è sembrato allontanarsene ha scatenato le ambizioni più varie nei piccoli satelliti che gli ruotavano intorno i quali con grande sgomento hanno scoperto l’oscurità. Quando si è riavvicinato alla sua galassia ed ha ripreso a risplendere, perfino i più riottosi hanno ceduto nuovamente al suo fascino (la vicenda tragicomica delle primarie dello scorso autunno e dell’avvicinamento tentato a Monti da parte di numerosi berluscones è emblematico del clima instauratosi nel Pdl) ed i risultati, sia pure non sfolgoranti dal punto di vista elettorale, si sono visti. Soprattutto si è rivista una tenue armonia, poco importa se apparente o addirittura falsa.

Adesso, dopo la disfatta, si potrà dire che il Pdl ha toccato il punto di non ritorno: perdere su tutto il territorio nazionale significa che è venuto meno il radicamento, la visione competitiva intessuta di proposte credibili e prefino seducenti. Può riprendersi? È difficile se non passa, con tutta la sua classe dirigente, attraverso una sorta di lavacro che non vuol dire sottomissione, bensì riposizionamento delle pluralità allo stato latente nel suo corpo esausto. È, in altri termini, indispensabile che ricomponga le strutturali membra che costituivano (o avrebbero dovuto costituire) la sua identità e le armonizzi non in chiave “monarchica”, né le abbandoni all’anarchia, ma ne faccia la trama di un “partito nuovo” nel quale la fusione  – mai avvenuta – tra le idee della destra, del riformismo liberaldemocratico, del cattolicesimo popolare gli dia la connotazione di un movimento autenticamente conservatore.

Sarà compatibile, se l’operazione riuscisse, con il governo che sostiene? Se si limitasse a guardarlo come allo strumento finalizzato alla riforma della Costituzione, forse sì. Se l’ambizione dei suoi ministri e della sua classe dirigente è invece quella di tentare, alla fine del percorso intrapreso, un’altra strada, più precisamente quella che porta ad approdi “tecno-politici”, il Pdl è bene che avvii subito una riflessione definitiva sulla sua consistenza e decida del suo destino.

Non c’è alternativa alle due opzioni. L’elettorato confuso non ha capito che cosa è diventato o vuole diventare il centrodestra, per questo s’è tenuto lontano dal voto. Vendergli ancora illusioni significa distruggere un movimento che, nonostante tutto, conserva le potenzialità per esprimere una certa idea dell’Italia in un rinnovato contesto europeo nazionale e popolare. Che poi, a ben vedere, è quello che è mancato negli ultimi cinque anni. Insieme con molte altre cose, naturalmente. Ma questo è un altro discorso nel quale rientrerebbe anche lo sfarinamento della destra su cui presto torneremo.