Il lavoro non cresce in piazza. La manifestazione di Cgil, Cisl e Uil non sia l’alibi per l’immobilismo del sindacato

Il lavoro non c’è. E non basta portare la gente in piazza per crearlo come per incanto. Cgil, Cisl e Uil lo sanno bene e, perfino il ministro Giovannini, quando cerca di suonare la grancassa a favore del governo, non si spinge più in là di 600mila nuovi possibili occupati. Acqua fresca di fronte a una disoccupazione abbondantemente al di sopra del 12% (cifre ufficiali) e a una situazione di sofferenza che vede un giovane su due tagliato fuori dal mercato del lavoro. Ma è tutto da dimostrare che l’obiettivo possa essere raggiunto. Così, non avendo soluzioni nel cassetto, il sindacato più allineato ha deciso una volta di più di prendere in giro chi ancora crede (e non sono in molti) nell’azione della Triplice. A Roma hanno sfilato in 100mila (almeno così dicono gli organizzatori), ma questo non porterà nessun contributo aggiuntivo al tavolo del governo, che mercoledì dovrebbe affrontare il problema in Consiglio dei ministri. Susanna Camusso, chiede investimenti e non flessibilità, Raffaele Bonanni vorrebbe addirittura che le regole le scrivessero le parti sociali e non l’Esecutivo, Luigi Angeletti dice che la misura è colma e non se ne può più di troppi slogan e di mancanza di misure concrete. Proposte zero, mentre il governo pesta l’acqua nel mortaio ed è ancora fermo ai provvedimenti del “fare” che introducono delle novità, ma non rappresentano certo la scossa di cui il mercato del lavoro ha bisogno. Deve essere chiaro che Letta non può creare lavoro come per incanto, dalla sera alla mattina. A Palazzo Chigi si chiedono solo delle regole nuove, più adeguate alle necessità del momento, poi saranno gli imprenditori privati a fare il resto, a costruire i capannoni. In questo senso le semplificazioni vanno bene, ma qualcuno deve trovare il coraggio di smontare le ingessature introdotte lo scorso anno dalla Fornero sotto il ricatto della Cgil e del Pd. Sono state quelle che hanno accelerato il declino: si ripromettevano la trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato e invece hanno impedito gli uni e gli altri. Adesso bisogna ripartire da lì, cancellando l’errore. Poi  ci sono i cavalli di battaglia della campagna elettorale del Pdl: costi zero per chi assume, zero burocrazia, niente aumenti dell’Iva e stop all’Imu sulla prima casa. Se l’economia riparte, riparte anche il lavoro. L’obiezione è che  sarebbe bello, ma mancano le risorse. In realtà, però, Pd e Cgil si pongono il problema di non far fare bella figura al Cavaliere. Anche ieri la Camusso, da piazza San Giovanni, ha lanciato una frecciatina a chi vorrebbe eliminare l’Imu, affermando che così si premia la proprietà. Torniamo, insomma, alla concezione del vecchio Pci, secondo cui la proprietà è un furto. Polemiche a parte le ristrettezze economiche ci sono davvero e le cose da fare sono tante. Ecco perché Berlusconi, che ha ben presente la necessità di dare un lavoro ai giovani e ai disoccupati, ha invitato il presidente del Consiglio ad andare a Bruxelles e battere i pugni sl tavolo per rivendicare quella golden rule che consentirebbe alle spese per investimenti e occupazione di essere scorporate dal deficit. Letta, invece di tranquillizzare la Mertkel, tranquillizzi gli italiani. E i sindacati la smettano di proiettare film già visti, riconoscano che con la riforma Fornero è stato commesso un grave errore e si diano da fare per cambiarla. Il Paese non può più aspettare. Nessuno scopre nulla, del resto. Germania e Francia, quando nel 2003 hanno avuto problemi di deficit, non ci hanno pensato due volte a sforare e senza chiedere il parere di nessuno. Non si capisce perché l’Italia, che versa annualmente 18 miliardi di euro a Bruxelles e ne incassa solo 10 sotto forma di fondi Ue, dovrebbe comportarsi diversamente. La storia è piena di condannati che si sono visti recidere la testa, ma non si conosce nessuno che di sua spontanea volontà abbia messo il capo sul ceppo del boia invitandolo ad azionare la scure. L’autolesionismo non è un valore.