Il funzionamento della democrazia non può dipendere dal populismo a cinque stelle

Tra le tante grane che il governo si troverà ad affrontare prossimamente è in arrivo anche l’avvio dell’iter parlamentare della legge che vuole abolire il finanziamento pubblico ai partiti. Nei giorni scorsi la commissione affari costituzionali della Camera ha chiesto un rinvio degli stringenti termini imposti dal voto sull’iter urgente, consapevole che la questione è più delicata di come era apparsa nella foga dell’avvio di attività del nuovo governo.

Enrico Letta appena insediato ha usato l’argomento del taglio delle risorse ai partiti come grimaldello per simpatizzare con la pubblica opinione, sposando forse incautamente il populismo demagogico di Grillo e compagni. Quando bisogna intervenire, però, ci si rende conto che la questione è molto più sera di una boutade demagogica ed ha a che fare con il funzionamento della democrazia.

Se davvero il Parlamento approvasse il testo della legge così come giunto da Palazzo Chigi fra tre anni l’Italia sarebbe l’unico paese europeo a non finanziare pubblicamente i partiti politici. Preso atto di questa eccezione c’è da chiedersi se tutte le democrazie europee sbagliano o se invece è coerente con il modello continentale prevedere che i cittadini paghino per avere una politica libera da condizionamenti esterni di lobbies e potentati economici.

Se è vero che i partiti italiani hanno sbagliato, creando personaggi come Lusi e Fiorito, che sguazzavano tra soldi dei cittadini violando etica, morale e leggi, è anche vero che non possono essere le distorsioni a dettare la linea al legislatore. I Lusi e i Fiorito devono andare in carcere, così come peraltro è accaduto, ma fare di tutt’erba un fascio è molto pericoloso. Forse anziché pensare ad un’abolizione, seppur graduale, del finanziamento ai partiti, andava studiato un sistema meno costoso e più rigido nei controlli. In Italia sono stati dati troppi soldi alla politica ed era bene ridurre di molto, magari con regole rigide e destinazioni chiare delle risorse a disposizione.

Se invece si proseguirà lungo la strada della demagogia, contrastata con coraggio e a viso aperto soltanto da esperti tesorieri di partito come Sposetti (Pd) e Bianconi (Pdl), i partiti italiani saranno fuori dalle regole europee e in balia del migliore offerente. Delegare al privato il finanziamento della democrazia può essere infatti soltanto uno dei canali da prevedere, ma se diventa l’unico il rischio è che dopo aver assistito alle scalate di banche ed assicurazioni assisteremo anche alle scalate economiche dei partiti politici, a delle Opa sulla democrazia. E visto che alle scalate economiche spesso sono seguite delle bancarotte fraudolente, potrebbe accadere lo stesso in politica.

Anche la previsione del versamento del due per mille della dichiarazione dei redditi ai partiti sembra una soluzione raffazzonata. Intanto perché rappresenta un “vorrei ma non posso” con cui la politica vuol far pagare agli stessi contribuenti senza assumersi la responsabilità di dirlo, poi perché costringerebbe il cittadino a finanziare chi non lo rappresenta. Potrebbe infatti accadere che un ricco contribuente destina la sua quota ad una torta che viene divisa prevalentemente tra i grandi partiti, mentre il suo voto magari va ad una piccola formazione politica. Accadrebbe anche che il “due per mille” del contribuente Silvio Berlusconi (che non è una piccola cifra) vada per un quarto a Grillo che lo vuole in carcere e per un quarto al Pd che lo vorrebbe decaduto da parlamentare.

Basta questo esempio per capire quanta demagogia c’è nel disegno di legge che Enrico Letta ha mandato al Parlamento e che ci spedirebbe ancora una volta fuori dagli standard europei.