Solženicyn junior testimonial della battaglia paterna contro il totalitarismo, che diventerà anche un film made in Usa

Ha due passaporti, uno russo e l’altro americano, Stepàn Aleksandrovič, il figlio trentanovenne di Aleksandr Isaevič Solženicyn, il minore di tre fratelli. E dentro di sè, la summa di una storia che lo ha portato a calibrare la forza dirompente di due superpotenze e i caratteri antropologici di due universi linguistici, fonemi e grafemi di una doppia esistenza vissuta nel segno dell’esilio e della rinascita. Lui è nato a Mosca nell’anno ancora sovietico 1973, ma è cresciuto negli Stati Uniti: lì si è laureato nella più europea delle città americane, Boston, indossando un cognome impegnativo ovunque, nella patria di nascita, come in quella d’adozione. Quasi un doppio destino, il suo, che oggi trova un approdo unico nel cosmopolita macrocosmo letterario da cui proviene e che lo ospita (non facendo lui lo scrittore di professione) come uno degli interpreti, e dei curatori, più naturali dell’opera paterna. Un compito che, fisiologicamente, annulla la linea di confine tra storia universale e vissuto familiare, motivazione culturali e mozioni affettive. Così a Torino, all’ultima edizione della Salone del Libro da poco archiviata, Stepàn Solženicyn ospite di Jaca Book, alternando l’inglese al russo, ha raccontato genesi e vicissitudini che hanno motivato e accompagnato Il primo cerchio, Una giornata di Ivan Denisovic, Divisione cancro, leggendo nelle note a piè di pagina della storia russo-sovietica, un’ideale sottotesto a margine che rimanda in un presente storico perenne al racconto di un ragazzino diventato adulto in un mondo opposto a quello da cui proveniva.

Quasi un lavoro di traduzione simbolica, il suo, prima ancora che di interpretazione e diffusione editoriale, che mescola alchemicamente – proprio come gli scritti di Solženicyn senior, letteratura e ricerca storico-documentaria – il messaggio universale e la sua decodificazione privata. Sullo sfondo, imprescindibilmente, la destrutturazione, quasi la vivisezione del dramma del totalitarismo comunista riletto non tanto, o meglio non solo, a partire da una valutazione di matrice politica, economica, culturale, ma alla luce di una lucida quando sofferta scarnificazione del problema, che nel tempo ha portato Aleksandr Isaevič Solženicyn all’individuazione di una cellula originaria di disumanità, generata dal gene dell’ateismo. Come l’autore stesso disse: «L’ateismo militante non è un dettaglio, non è alla periferia della politica comunista o una sua conseguenza secondaria, al contrario, è l’ateismo militante che ne costituisce l’ingranaggio centrale».

Dunque, indefesso nemico del totalitarismo sovietico che aveva attaccato l’intero sistema fin nei gangli connettivali – come magistralmente dimostrato nella sua opera più letta e famosa, la trilogia di Arcipelago Gulag – eppure, al tempo stesso, convinto assertore della diffusione epidemica del male dilagato ad Est e propagato, per strade diverse, anche nell’Occidente democratico, attaccato nel suo sistema di valori immunitario nella dimensione spirituale. Per questo, oggi, il suo testamento letterario è anche il testamento morale che il figlio sente di dover continuare a spiegare e divulgare. In suo aiuto, a breve, anche il cinema, se i rumors diffusi in rete si tradurranno in una pellicola. Al momento sul web si legge delle intenzioni del regista americano Cyrus Nowrasteh – noto per opere come The Stoning of Soraya M. incentrato sul controverso tema della sharia, e per il mini-serial che ha suscitato scalpore The Path to 9/11 (Il percorso verso l’11 settembre) – di girare un film sul dissidente sovietico, vincitore del premio Nobel. La sceneggiatura fondamentale dovrebbe essere il libro di Donald Michael Thomas Alexander Solzhenitsyn: A Century in His Life (Aleksandr Solženicyn: un secolo nella sua vita).