Il costituzionalista Giorgio Rebuffa al “Secolo”: «È ai poteri forti che non piace il presidenzialismo»

Semipresidenzialismo, finalmente è arrivato il momento della svolta? Giriamo il quesito a Giorgio Rebuffa. Ordinario di sociologia del diritto all’Università di Genova, è  uno dei costituzionalisti italiani che più coerentemente sostengono la tesi dell’elezione diretta del Capo dello Stato. Ricordiamo, tra i  saggi pubblicati sull’argomento, il  volume Elogio del presidenzialismo uscito nel 1996 per i tipi di Ideazione. Rebuffa non si dice però tanto convinto che alla fine arriveremo al traguardo. «Nessuno ha la palla di vetro. Però  – aggiunge – non credo che oggi ci sia corrispondenza  tra formule giuridiche e formule politiche».

Professor Rebuffa, anche Romano Prodi, dopo Enrico Letta, si è detto favorevole a una riforma in senso semipresidenzialistico. Non le sembra il segno di una evoluzione culturale in atto a sinistra?

Non so che cosa sia oggi la sinistra; e se esiste più. Ma non c’è dubbio che ci troviamo di fronte a un grado di accettabilità culturale più alto di un tema un volta ostico come il presidenzialismo. Nel caso di Prodi credo però che ci sia anche un intento strumentale.

Vuole dire che Prodi sta  forse accarezzando il sogno di presentarsi candidato in una eventuale elezione presidenziale?

E già. Penso anche che immagina che dovrà vedersela con Berlusconi. Ritengo però che si sbagli. Perché il candidato della sinistra sarebbe invece Matteo Renzi.

Be’, in effetti appare oggi il politico più popolare.

Non è solo un fatto di popolarità. Nelle corsa per le presidenziali sono favoriti o gli eroi come Charles de Gaulle o i giovani di belle speranze come Renzi.

Ma poi, ritiene che una repubblica semipresidenziale nascerà per davvero in Italia?

Il problema è che, insieme con la formula giuridica, ci deve anche essere  una formula politica, cioè una politica fondante, che nasca da una necessità o, se preferisce, da una svolta storica.

E, secondo lei, questa svolta e questa necessità oggi non ci sarebbero.

C’erano molto di più nel 1994, quando il nostro Paese era ancora sotto l’effetto dell’onda storica scaturita dalla fine degli equilibri di Yalta. E poi, vede, c’è anche il fatto che  il potere mediatico-finanziario non è favorevole al presidenzialismo. Basti pensare a quante firme antipresidenzialiste ci siano a Repubblica  e al Corriere.

E già, i poteri forti…

Che, dal tempo della famosa intervista di Pinuccio Tatarella, sono diventati ancora più forti. Questi poteri sono infastiditi da una politica forte, che turbi lo statu quo degli equilibri tra Stato e mercato.

È solo un problema di equilibrio tra Stato e mercato?

C’è anche un problema di equilibri economici internazionali. Non dimentichiamo  che , vista lo storica inettitudine del capitalismo italiano, la modernizzazione del nostro Paese è stata finanziata dal capitale tedesco e da quello francese fin dai primi decenni della storia unitaria dell’Italia. Vale la pena rileggere un interessate libro a firma di Enrico Hauser che uscì nel 1917 in Italia con il titolo I metodi tedeschi di espansione economica.

Che dovrebbe fare, al dunque, Enrico Letta?

Deve cambiare la legge elettorale e rappresentare come si deve l’Italia in Europa.