I pretesti antiberlusconiani dei “vecchi” giacobini non possono fermare l’onda presidenzialista

È possibile che l’ossessione antiberlusconiana debba pregiudicare un sereno ed auspicabile dibattito sulla riforma delle istituzioni? La risposta è purtroppo affermativa. Non si può discutere di presidenzialismo che pure una certa sinistra sarebbe incline a vederlo realizzato,  perché ci si blocca di fronte alla prospettiva che l’eletto sia poi Berlusconi. E se per una qualche ragione ciò non accadesse? Nell’incertezza, si pensa, meglio tenersi questo decrepito sistema, regolato dalla “Costituzione più bella del mondo”;  talmente bella che in alcune sue parti fondamentali, dopo sessantasei anni, è ancora inattuata. E se il popolo vuole eleggersi il capo dello Stato direttamente, senza passare attraverso le mediazioni partitocratiche e le scandalose pratiche parlamentari che abbiamo visto dispiegarsi nell’ultima occasione dalla quale è venuto fuori ancora Napolitano “per disperazione”? Poco male: teniamoci quello che abbiamo, ancorché da tutti ritenuto insufficiente, obsoleto, stantio, estraneo al desiderio della gente di partecipare alla vita istituzionale del Paese al più alto livello. E, naturalmente, sempre perché l’ombra di Berlusconi minaccerebbe, secondo i tenaci assertori dello status quo, i destini della Repubblica, come se fosse eterno e la sua vittoria ineluttabile, certa come per un decreto divino.

Leggiamo così, tra lo sconcerto e la pena, l’angosciante articolo di Barbara Spinelli su Repubblica che dietro lo schermo di una critica feroce ed infondata alla Costituzione della Quinta Repubblica francese, agita scompostamente le sue “preoccupazioni” sugli esiti della riforma presidenzialista (o semi) in Italia. Tra l’altro scrive che la Costituzione semi-monarchica (e già questa definizione la dice lunga sull’equilibrio politico della nota editorialista) di De Gaulle “nacque per adattarsi a lui – l’uomo che da solo era entrato in Resistenza, nel 1940 – non per servire un capopolo stile Berlusconi, che non sopporta il laccio di leggi e costituzioni”. Ecco il nervo scoperto. Il terrore che il Cavaliere al Quirinale offuschi le istituzioni repubblicane e si comporti da tiranno come si pensa che sia dalle parti della sinistra giacobina. Dunque, procedere alla riforma in senso presidenziale sarebbe come mettere nelle fauci del lupo cattivo la bambina buona in compagnia della nonna, disperando che arrivi il cacciatore a salvarle.

Ma si può ragionare in questa maniera e sostenere pure, come fa la Spinelli, che “la nostra guerra d’Algeria l’abbiamo in casa: è la nostra casa, squassata, che va decolonizzata”. Dunque, “piazzare all’ingresso dell’edificio un padre-padrone, con poteri più vasti di quelli che già possiede, non preserva la casa dalla rovina”. E, di grazia, che cosa dovrebbe e potrebbe preservarla, visto lo stato di degrado delle istituzioni, della vita civile, del sistema dei partiti, della morale corrente, dello sfascio dell’economia e delle strutture sociali? Cos’altro dobbiamo aspettarci da questo inefficiente Stato che sta mandando in malora la nazione dove tra poco la disperazione innescherà reazioni che nessuno sarà più in grado di controllare?

Non ritengono coloro che mettono avanti il “pericolo” del Cavaliere al Quirinale per scongiurare l’introduzione del presidenzialismo che questo, legittimato dal popolo e fornito di pesi e contrappesi, non strumento per l’esercizio di un potere tirannico (in Francia, almeno, non è così), possa produrre invece una virtuosa rimessa al centro della vita politica ed associata la partecipazione, indipendentemente da chi verrà liberamente eletto verso il cui potere sarà comunque ed ovvio adottare indispensabili misure di salvaguardia qualora tradisca lo spirito ed il dettato costituzionale?

Ma via, ci si può far risucchiare dalla vecchia polemica mitterrandiana contro De Gaulle e la Quinta Repubblica per giustificare l’ostilità alla Nuova Repubblica italiana? Che diceva Mitterrand? Ce lo ricorda la Spinelli: con il semipresidenzialismo “si installa una tecnocrazia rampante, una sfera di amministratoiri indifferenti al popolo” che “confiscano il potere della Rappresentanza nazionale”. È andata proprio così con l’uomo del popolo all’Eliseo? Affatto. Mitterrand, uno dei due presidenti socialisti della Republique è stato, per unanime ammissione, colui che meglio di tutti ha incarnato, rappresentato e difeso la Quinta Repubblica. Il più gollista tra i gollisti e i non gollisti. Il più presidenzialista tra i presidenzialisti, senza mai scalfire l’ordine costituzionale. Sapeva bene che la propaganda era una cosa e la politica un’altra. E quando nel 1981, dopo essere stato eletto con largo suffragio, ha reso omaggio ai grandi di Francia che riposano al Pantheon in nome del popolo francese, non certo dei partiti. Se poi è stato un autocrate, ce lo dica la Spinelli. Ma, per quanto abbiano detto e fatto gli oppositori, neppure il Generale può essere annoverato tra i distruttori della democrazia ed i corruttori delle virtù repubblicane. Grazie proprio alla Costituzione della Quinta Repubblica. Che nessuno in Francia ha mai demonizzato quando De Gaulle era davvero il padrone indiscusso della nazione. E Mitterrand il suo inconsapevole discepolo più devoto.