I consigli di Pupi Avati agli intellettuali di destra: opponetevi a chi dice che con la cultura non si mangia…

Il cinema di destra non esiste mentre la sinistra non da oggi «ha avuto l’accortezza di capire che la cultura era una grande opportunità». Talento ed esperienza pluridecennale dietro la macchina da presa, considerato un artista di centrodestra censurato dall’industria del politicamente corretto, Pupi Avati punta l’indice sulla inadeguatezza della cultura di destra schiacciata dalla storica, anche se ormai logora, egemonia culturale marxista-illuminista.

È l’amara confessione di un addetto ai lavori che non produrrà lo stesso clamore sensazionalistico della rivelazione di una star. Dopo una parentesi sul piccolo schermo (tra breve vedremo il tv-movie il bambino cattivo), il regista  torna al cinema il prossimo anno con Un ragazzo d’oro interpretato al 90 per cento da Sharon Stone nei panni di un’editriceRacconta di un padre che aveva l’ambizione di diventare un grande scrittore, è morto senza lasciare nulla e il figlio, per rivendicare la memoria paterna, cercando di far pubblicare il libro, perde il senno. Questa la trama priva di ambizioni pedagogiche da intellettuale organico. Questa ispirazione, però, non gli impedisce di affrontare il rapporto problematico tra l’identità collettiva di destra e l’arte. In un’intervista su Linkiesta, il regista si lascia andare a considerazioni scomode e illuminanti, accompagnate da divertenti rivelazioni su alcuni protagonisti della politica, incontrati in tempi non sospetti, come un Beppe Grillo prima maniera, ansioso di tentare la carriera di attore drammatico («mi fece molto ridere») o il Berlusconi degli esordi («mi parve un egocentrico, un megalomane»).
Il suo ultimo film, Una sconfinata giovinezza,  fu scartato nelle selezione della Mostra di Venezia diretta da Muller e si gridò alla censura politica. Ma lui non piagnucola e spiega:«Non sono stato penalizzato in quanto “di centro-destra”, perché io in realtà sono di centrodestra e non lo sono: più che altro io non sono di sinistra». Non ha una tessera in tasca (rifiutò la proposta di candidarsi a sindaco della sua Bologna), non si riconosce in nessun partito ed evita accuratamente di farsi ingabbiare in un’ideologia. Cattolico atipico,  il suo giudizio sulla destra è tranchant: «Non esiste un cinema di centro-destra, o una cultura di destra,  governi democristiani e di centro-destra hanno sempre considerato che “con la cultura non si mangia”, lasciando il ministero dei beni culturali come l’ultimo dei ministeri». Dissidente ostinato per sua stessa ambizione, «innovativo nel seguire la tradizione», affronta i tic di una destra afona e un po’ lamentosa che ha sempre criticato il massiccio allineamento a sinistra della cultura del dopoguerra senza uscire dal cul de sac. Per riempire un vuoto decennale forse le teste pensanti e i talenti nascosti non allineati dovrebbero parlare meno e produrre, scrivere, pubblicare, sperimentare. L’egemonia verrà dopo. E non è detto che sia la missione da compiere.