I 90 anni di Romiti: oggi critica Marchionne, ma il declino della Fiat auto iniziò sotto la sua guida

Un simbolo vivente del capitalismo italiano compie in questi giorni 90 anni. È Cesare Romiti, grande protagonista della rinascita della Fiat negli anni Ottanta (dopo le difficoltà del decennio precedente), ma anche co-responsabile del declino  del settore auto del gruppo torinese che s’è iniziato una ventina d’anni fa e che ha portato, più recentemente, con l’avvento dell’era Marchionne,  allo spostamento a Detroit del cuore pulsante della grande azienda. E proprio contro l’attuale Ad della Fiat si è recentemente scagliato il “grande vecchio” del capitalismo italiano. In una intervista rilasciata nel settembre scorso a la Repubblica, Romiti critica le scelte dell’amministratore delegato affermando che la Fiat ha trasferito alla Chrysler 100 anni di «saperi accumulati», laddove –sottolinea polemicamente – sarebbe stato «meglio, più di stimolo, avere un concorrente che produce  in Italia.  «Lui (Marchionne n.d.r.) voleva andare in America e c’è andato». In un’altra intervista, questa volta ad Avvenire, l’anziano manager ha ricordato amaramente che «la Fiat è stata grande fino agli Anni ’90, oggi no». Il motivo? «Quando un’azienda automobilistica per due anni sospende la progettazione perché c’è crisi di vendite, ha decretato la morte dell’azienda».

Insomma, il novantenne Romiti non rinuncia a dire la sua e a intervenire nelle odierne vicende dell’azienda da lui guidata per tanti anni rimproverando le scelte degli attuali dirigenti. Ma è proprio sicuro, il vecchio manager, di non avere colpe nella lunga fase di decadenza della Fiat? È sacrosanto lamentare oggi il mancato slancio innovativo dell’azienda auto, ma è altrettanto doveroso ricordare che furono proprio le scelte di Romiti, negli anni Ottanta, a causare l’allontanamento dall’azienda di Vittorio Ghidella, l’«uomo dell’auto», come fu ribattezzato, dopo lo straordinario successo di vendite della Uno, la sua più fortunata “creatura”. Quel traumatico strappo, che si sarebbe di lì a qualche anno riverberato negativamente sulla vita della Fiat, avvenne dopo un prolungato scontro con Romiti, contrario alla “centralità” dell’auto voluta da Ghidella.  L’amministratore delegato  puntava invece a trasformare la Fiat in una holding industrialmente diversificata. Così diversificata da entrare anche nei campi dell’editoria e delle assicurazioni.

È proprio in quel decennio che il gruppo si snatura, seguendo le tendenze del capitalismo finanziario italiano, che accentuava in quel modo il peso di condizionamento politico dei grandi gruppi. Un destino, questo, che era, in qualche modo, scritto fin dal tempo dell’arrivo di Romiti alla Fiat. Era stato infatti Cuccia, l’uomo di Mediobanca,  a “raccomandare” il manager a Gianni Agnelli. La dipendenza della Fiat  dalla finanza sarebbe clamorosamente esplosa nel 1993, quando Mediobanca impedì il passaggio del testimone tra l’Avvocato, ormai anziano, e il fratello Umberto. Conviene chiudere con quello che scrive Ferruccio De Bortoli nella prefazione del libro intervista che Paolo Madron ha realizzato con Cesare Romiti nel 2012, Storia segreta del capitalismo italiano. «Molti dei problemi attuali del nostro Paese sono eredità delle scelte fatte in quegli anni». E se lo dice De Bortoli…