Gli “svaporatori” non la fanno franca: arriva la stangatina sulle sigarette elettroniche

Ancora una tassa, anche se questa volta il suo varo è giustificato dalla buona intenzione di finanziare lo slittamento dell’aumento dell’Iva previsto per il primo luglio. Il governo, infatti, starebbe pensando (vedremo se quando si conosceranno le misure varate dal Consiglio dei ministri il provvedimento sarà contenuto davvero) a un’imposizione del 58,5% sul prezzo di vendita delle sigarette elettroniche, come copertura al rinvio deciso dal Consiglio dei ministri, dopo le preoccupazioni espresse da consumatori e commercianti. Nobili motivazioni, ma molto in teoria, perché nella pratica si tratta di recuperare una parte del gettito che l’erario sta perdendo con il passaggio dal tabacco al fumo elettronico. È un problema europeo, perché la tassazione delle sigarette fa affluire somme sostanziose in tutti i forzieri degli stati e quindi Bruxelles ha già espresso un orientamento positivo in questo senso, ma per quanto ci riguarda è un problema italiano. Le tasse sulle sigarette sono giustificate, almeno ufficialmente, dalla volontà di tutelare la salute delle persone e di scoraggiare gli acquisti, quelle sulle e-cig (le sigarette elettroniche) non avrebbero nemmeno in teoria questo significato. Sarebbero una tassa e basta. Per le e-cig, che piacciono soprattutto ai giovani, la strada si presenta quindi in salita e la possibilità di soppiantare le “bionde” nel cuore dei giovani diventa più difficile. Il nuovo prodotto da fumo ha già “tentato” due milioni di italiani, che le hanno provate almeno occasionalmente, e conquistato 500mila fumatori, che le usano abitualmente. Una tassazione, che riguarderebbe anche le ricariche, che preoccupa però fortemente le aziende: «Se confermata, è un’assurdità», afferma l’Associazione nazionale fumo elettronico (Anafe), che riunisce produttori e distributori di e-cig, annunciando «battaglia». Se, infatti, «una tassazione così alta dovesse essere approvata – avverte il presidente Anafe Massimiliano Mancini – si andrebbe verso la chiusura di almeno il 60-70% dei punti vendita entro 90 giorni, con una perdita di non meno di 3.000 posti di lavoro». Ma qual è, ad oggi, la diffusione delle e-cig? Gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità e della Doxa confermano il boom del business delle sigarette elettroniche, con una proliferazione quasi «epidemica» dei negozi che le vendono. Del resto il mercato americano delle e-cig vale un miliardo di dollari e, secondo alcuni analisti, supererà quello della sigaretta tradizionale entro i prossimi dieci anni. Tuttavia, dai primi numeri emerge che nel nostro Paese solo il 10% di chi è diventato habitué della e-cig ha effettivamente detto addio alle sigarette tradizionali. Sei su dieci tra i consumatori abituali, invece, stanno riducendo il fumo delle “bionde”, mentre c’é uno “zoccolo duro”, circa il 22%, che non ha cambiato le proprie abitudini e fuma le une e le altre. Peraltro aumentando la quantità di nicotina assunta. L’indagine mostra anche l’appeal che le e-cig hanno sui ragazzi: nella fascia tra 15 e 24 anni, infatti, gli “svapatori” sono il doppio dei fumatori tradizionali (23,6% contro l’11,6%). Un “boom” di consumi a fronte del quale però, in mancanza di certezze scientifiche sull’assenza di effetti per la salute, gli Stati europei stanno adottando legislazioni differenti. E se in Francia, ad esempio, è stato deciso lo stop alla e-cig nei luoghi pubblici, in Italia il ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha annunciato a breve un’ordinanza che dovrebbe prevedere il divieto di e-cig nelle scuole e per i minori.