Giustizia, si paga il conto delle non scelte

Nel coro, comprensibilmente dolente, intonato dal Pdl dopo la condanna a sette anni con interdizione a vita dai pubblici uffici inflitta a Silvio Berlusconi dal tribunale di Milano, era fatale che alle voci indignate per l’oggettiva severità della sentenza se ne mescolassero altre – più attente agli umori dell’elettorato – che hanno invece scelto di collegare il verdetto alla nuova fase politica, voluta proprio da Berlusconi e culminata nella rielezione di Napolitano e nella nascita del governo Letta. Non stupisce perciò che siano proprio i seguaci più irriducibili del Cavaliere, i cosiddetti falchi, ad innalzare ora al cielo un insistito blues di recriminazione verso chi all’epoca lo convinse a non approfittare del marasma in cui era precitato il Pd dopo il fallito tentativo di Bersani di formare il governo con i grillini. Era quello il momento – è il loro refrain – per andare a nuove elezioni, chiamare banco e giocarsi tutto a testa o croce. Al contrario, aver ceduto alle pressioni delle colombe e di quanti si sono lasciati abbindolare dal miraggio di una convenienza giudiziaria in cambio di un atteggiamento responsabile, si sarebbe rivelato un tragico errore.

Va da sé che la recriminazione ci sta tutta solo se si limita all’uso interno. Diversamente, non regge. Non esiste un patto la cui posta in palio consista in un addolcimento della magistratura verso un imputato, fosse anche eccellente come Berlusconi. L’esito dei processi non è nella disponibilità del potere politico. Dal clima di pacificazione in atto e ora esecrato dai falchi, era semmai lecito attendersi un pallido riverbero sul tormentato rapporto con la magistratura. Ma neanche questo è avvenuto. Troppo effimere le “larghe intese” per poter archiviare una guerra che dura da vent’anni. Vero è che il centrodestra il tema della giustizia lo ha sempre arpionato, quasi mai approcciato. Raramente, la polemica ha investito questioni di principio. Lo stesso garantismo è apparso spesso peloso, intermittente, fino ad essere percepito più come una necessità imposta dalla contingenza politica che un valore irrinunciabile.

Alla fine ha prevalso la logica del corpo a corpo senza esclusione di colpi. Leggine ad personam da un lato, provvedimenti contra personam dall’altro. Il risultato è un campo coperto da macerie, con la politica e la giustizia avvinghiate l’una all’altra in un folle duello il cui esito più scontato è la reciproca delegittimazione. Ed è del tutto inutile starne ora a ripercorrere a ritroso le tappe per stabilire chi abbia scagliato la prima pietra. Non lo è affatto se si cerca invece di indagarne le cause. È stato ripetuto fino alla noia che negli anni del “manipulitismo” alcune procure hanno addirittura svolto un ruolo di supplenza della politica. Ed è vero. Anzi, a molte toghe è talmente piaciuto da passare addirittura di ruolo fondando partiti, candidandosi alle elezioni o ottenendo incarichi pubblici. Segno inequivocabile che nel tradizionale equilibrio fra poteri, tipico di ogni Stato di diritto, qualcosa si era rotto. Non avervi messo riparo è la colpa più grande della politica (del centrodestra, in particolare) perché ad essa e non ad altri spettava farlo. Resta in tal senso ancora un mistero il motivo per il quale il tempo perso lungo tutti questi anni nell’inseguire soluzioni come la Cirami, la ex-Cirielli, il processo lungo, la prescrizione breve, i lodi Maccanico, Schifani, Alfano e via elencando non sia stato utilizzato per perseguire e centrare l’obiettivo del riequilibrio tra poteri dello Stato attraverso la reintroduzione dell’art. 68 della Costituzione, ossia l’immunità parlamentare, che nel 1993 un Parlamento invigliacchito aveva improvvidamente deciso di cancellare. Si sarebbe scatenata la piazza? Può darsi. Avrebbe comportato un salasso elettorale? Minore di quanto si pensi ed in ogni caso sono le medicine amare quelle che guariscono. E resta sempre da dimostrare che la parte della sinistra limpidamente garantista si sarebbe fatta contagiare da girotondi, marce, veglie e fiaccolate. La realtà è che Berlusconi non ha mai del tutto rinunciato al proprio istinto antipolitico. Sarebbe stato per lui impensabile puntare su una soluzione generale, ma fortemente impopolare, come l’immunità parlamentare. Meglio scommettere su provvedimenti meno ambiziosi, circoscritti, ad personam appunto, buoni a far infuriare la sinistra e utili a polarizzare lo scontro politico, condizione in cui è il Cavaliere ad eccellere. Una scelta elettoralmente redditizia, rivelatasi però miope rispetto all’obiettivo del riequilibrio dei poteri. Purtroppo, le cronache delle ultime ore lo lo stanno drammaticamente confermando.