È Rohani il nuovo presidente dell’Iran. Riformista, ma nella continuità

Hassan Rohani ha vinto al primo turno le elezioni presidenziali iraniani superando di un soffio la soglia necessaria del 50% che gli consente di evitare il ballottaggio. Il candidato moderato sostenuto dai riformisti ha ottenuto infatti il 50,68%: lo ha annunciato il ministro dell’Interno citando i risultati definitivi dello scrutinio. «Rohani ha ottenuto la maggioranza dei voti ed è proclamato presidente» della Repubblica islamica dell’Iran, ha detto in tv il ministro dell’Interno, Mostafa Mohammad Najjar. Il candidato moderato appoggiato dai riformisti ha ottenuto 18.613.329 voti par il 52,5% dei voti validi e al 50,68% di quelli espressi, si desume dalle cifre assolute fornite dal ministro, che in percentuale ha indicato anche il dato dedinitivo sull’affluenza alle urne: il 72,7%. Subito dopo l’annuncio della vittoria di Hassan Rohani, a Teheran – ad esempio sul lunghissimo viale Vali-e Asr che spacca da nord a sud la città – sono scattati caroselli di auto che suonano il clacson. Un religioso, ma così moderato da essere sostenuto anche dai riformisti più liberali, ed un ex negoziatore nucleare che ha lasciato un buon ricordo in Occidente: questo è fra l’altro Hassan Rohani, il candidato che ha vinto al primo turno le elezioni. Unico religioso e unico moderato in lizza, Rohani ha avuto l’appoggio dei riformisti marginalizzati dopo le proteste del 2009 contro la rielezione di Mahmud Ahamdinejad, accusata di brogli. L’avallo gli è venuto dal leader del movimento, l’ex presidente Mohammad Khatami, cui è considerato vicino per diversi orientamenti. Proprio sotto la presidenza Khatami, era stato negoziatore per il dossier nucleare fra il 6 ottobre 2003 ed il 15 agosto 2005, concordando con Francia, Gran Bretagna e Germania una moratoria dell’arricchimento dell’uranio, l’aspetto più pericoloso del programma nucleare iraniano, e l’applicazione del protocollo addizionale al Trattato di non proliferazione nucleare, che ha aperto la strada alle ispezioni nei siti atomici iraniani. Ottenne un certo allentamento della pressione internazionale ma l’arricchimento fu poi ripreso nel 2005, dopo le sue dimissioni, da Ahmadinejad. Rohani, 64 anni, è capo del centro di ricerca del Consiglio per i pareri di conformità, una specie di Corte costituzionale presieduta da Akbar Hashemi Rafsanjani, da cui è appoggiato: pur anziano, l’ex presidente è ancora una potenza politico-economica che secondo alcuni sondaggi avrebbe potuto vincere a mani basse queste elezioni, se non fosse stato escluso dai Guardiani della Rivoluzione, formalmente per questioni d’età. In linea con quanto fatto da Rafsanjani e Khatami, Rohani potrebbe formare un esecutivo trasversale e pluralista. Il suo colore è il viola e il simbolo sventolato dai suoi sostenitori è una chiave che ha pure mostrato in tv per sottolineare di poter aprire le porte alla soluzione dei problemi dell’Iran. Il suo desiderio è quello di ristabilire migliori relazioni internazionali, attraverso una «costruttiva interazione col mondo», per portare a un allentamento delle sanzioni internazionali anti-nucleari che piagano l’economia iraniana. Al tempo stesso guarda a chi in Iran ambisce a maggiori libertà sociali, anche per le donne, evocando una carta dei diritti civili e quindi una sfida per gli ambienti conservatori. Da buon centrista alla Rafsanjani, il religioso ha anche solide credenziali di rivoluzionario anti-Shah, di protagonista nella guerra degli anni Ottanta contro l’Iraq e di rappresentante del leader Khamenei nel Supremo consiglio di sicurezza nazionale di cui è stato segretario per 16 anni. Per indole e storia quindi, non certo un uomo che vuole rivoluzionare o abbattere il sistema, ma che certo promette di riformare dall’interno.