È accertato: la pressione fiscale ha messo in ginocchio l’Italia. L’allarme della Corte dei Conti, l’ignavia della politica

Il presidente della Corte dei Conti, in pochi giorni, ha richiamato ben due volte ufficialmente la classe politica e di governo a prendere in considerazione la necessità di ridurre drasticamente la pressione fiscale. Al suo accorato appello, ieri si aggiunto quello del Procuratore generale della stessa Corte che ha sottolineato come le spese per la politica siano dilatate al di là di ogni ragionevole esigenza. E per spese della politica, l’alto magistrato non intende quelle propriamente di Palazzo, come si dice, vale a dire gli stipendi ed annessi di deputati e senatori, già ridotte all’osso dopo i drastici interventi su indennità, diarie e vitalizi con l’introduzione del sistema contributivo. E pure per il funzionamento dei Parlamento nella scorsa legislatura si è proceduto a drastici ridimensionamenti, perfino eccessivi dal momento che il decoro delle istituzioni è parte integrante del loro mostrarsi all’opinione pubblica e, per quanto possa risultare banale questo aspetto, è fondamentale che nelle società evolute la rappresentazione della politica abbia la sua dignità. Ma di questi tempi, ci rendiamo conto che non tutti capirebbero: basta vedere la trasandatezza di alcuni parlamentari nel frequentare Aula ed ambulacri di Montecitorio per rendersi conto della decadenza dell’istituzione.

La Corte dei Conti si riferisce, piuttosto, all’eccesso di costi per mantenere coloro che vivono ai margini della cosiddetta Casta: un esercito di oltre centoquarantamila persone che non si sa cosa facciano, al netto ovviamente di impiegati e funzionari comunali, provinciali e regionali. E’ su questo esercito non censito, sconosciuto, quasi nascosto  che bisognerebbe agire: la spending review montiana non sembra abbia individuato adeguatamente le sacche di sperperi su cui incidere, limitandosi allo scandaglio della superficie, con il risultato di additare soltanto i parlamentari come una sorta di profittatori di regime.

Adesso  si scopre, sempre grazie alla magistratura contabile, che il prelievo fiscale è lievitato al 52% e che dunque un italiano medio è costretto a lavorare per lo Stato dal primo gennaio alla metà di luglio, poi – se basta – per se stesso e la propria famiglia fino alla fine dell’anno. Si fanno i conti e non tornano: ci si accorge che non è stata soltanto la politica mostruosamente spendacciona a rendere la situazione insostenibile. Sono ben altri gli sperperi e certo non aiuteranno a diminurli la sciagurata introduzione nel nostro sistema del fiscal compact e la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio contro cui una manciata di parlamentari si oppose tenacemente, ma inutilmente, prevedendo che un esborso di quaranta miliardi di euro all’anno, per i prossimi vent’anni, avrebbero contribuito a mettere ancor più in ginocchio la nostra economia e soprattutto quella “domestica”: dove si prenderanno questi soldi per far fronte ad una esplicita richiesta europea? Dalle tasche degli italiani, naturalmente, nelle quali si è comodamente infilato il governo dei tecnici ed ora, con maggiore cautela seppur ottenendo lo stesso scopo, il governo Letta.

Insomma, mentre il presidente di Confidustria Giorgio Squinzi, denuncia allarmato che dal 2007 ad oggi si sono persi ben settecentomila posti di lavoro che vanno assommati a quelli che un lavoro non ce l’hanno avuto mai, non va dimenticato, sempre secondo i dati degli industriali, che ogni giorno chiudono circa centotrenta esercizi commerciali, non si dà respiro a famiglie ed imprese che disperate ormai sono costrette a risparmiare quel che possono soltanto per pagare le tasse. E, si badi bene, gli stipendi statali (ma anche quelli privati) da anni sono bloccati, mentre il costo della vita è salito vertiginosamente.

Quanto può durare uno stato di questo genere? Nel momento in cui non ce la si fa più ad adempiere gli obblighi fiscali, che cosa accade? Lo spettro della miseria aleggia sul nostro Paese. Insieme con quello della disperazione. Compito di un governo non è solo quello di tenere i conti a posto per fronteggiare l’immane debito pubblico accumulato nei decenni, ma anche quello di badare alla sopravvivenza – possibilmente decente – dei cittadini. Riuscirà Letta nell’impresa? Se non avessimo i vincoli europei che conosciamo, probabilmente qualche strada potremmo tentarla, ma essendoci legati mani e piedi alle logiche burocratico-bancarie-tecnocratiche di Bruxelles e di Francoforte, sarà ben difficile venirne fuori. Ecco perché tutti temono che nel prossimo autunno il rischio del default sarà più forte che nel passato. Con un po’ di rabbia in più: aver creduto – perché così ci era stato detto e promesso – che i tecnici avrebbero acceso una luce nel buio tunnel della crisi. E’ andata diversamente.