Cina, riesplode la rivolta degli uighuri contro il governo comunista di Pechino: 27 morti

Almeno 27 persone sono morte in un’esplosione di violenza a sfondo etnico nella tormentata regione del Xinjiang, nella Cina del nordovest, a conferma della politica repressiva messa in atto dal governo comunista di Pechino verso le minoranze etniche. Si tratta dell’episodio di violenza più grave dal luglio del 2009, quando quasi duecento persone furono uccise in scontri tra immigrati cinesi e locali dell’etnia degli uighuri a Urumqi, la capitale della regione. L’agenzia Nuova Cina riferisce che «gangster armati di coltelli» hanno attaccato una caserma della polizia e altri edifici governativi nella remota cittadina di Lukqun, circa 200 chilometri a sudest di Urumqi e non lontano dal centro turistico di Turpan. Secondo l’agenzia, i «gangster» hanno ucciso nove poliziotti e otto civili prima che gli agenti reagissero aprendo il fuoco e uccidendo dieci degli assalitori. Non è chiaro cosa abbia provocato l’attacco che, sempre secondo Nuova Cina, sarebbe avvenuto alle 6 locali della mattina. Le notizie non possono essere verificate in modo indipendente perché – hanno denunciato gruppi di esuli uighuri – tutte le comunicazioni via telefono, cellulari e Internet con la regione sono state sospese dal governo comunista. Tutto il Xinjiang è costantemente controllato da un massiccio schieramento delle forze di sicurezza cinesi. Attivisti per i diritti umani ricordano che dal 2009 spesso si sono verificate esplosioni di violenza che probabilmente si spiegano con l’esasperazione della popolazione locale. L’ultima di queste, nella quale sono state uccise 21 persone, si è verificata il 23 aprile nella prefettura di Kashgar, all’estremità ovest del Xinjiang, vicino al confine col Pakistan.
Il Xinjiang è una regione di importanza strategica che confina anche con l’India, l’Afghanistan e le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale. Inoltre è ricca di risorse naturali tra cui il petrolio, che si trova in abbondanza proprio nella zona dove si sono verificate le violenze, nei pressi di Turpan. Dal 2009 almeno nove uighuri sono stati messi a morte dopo essere stati giudicati colpevoli dei moti di Urumqi o di altri episodi di violenza. Gli uighuri, di origine turca e di religione musulmana, lamentano di essere stati ridotti a minoranza nella loro stessa patria, dove oggi sono nove milioni contro gli oltre dieci milioni di immigrati cinesi. Pechino denuncia la presenza nella regione di estremisti islamici legati all’internazionale del terrore basata in Pakistan e Afghanistan. Gli esuli uighuri accusano il governo comunista cinese di esagerare ad arte la minaccia terroristica per giustificare le propria politica repressiva.