Che fine hanno fatto gli operai? Fabrizio Barca mette il dito nella piaga del Pd

La classe operaia è stata sfrattata dal paradiso. Però non è finita all’inferno. Forse è nel limbo, chissà. Ma sicuramente non frequenta le sedi del Pd. È amaro, istruttivo e, a suo modo, toccante lo sfogo che Fabrizio Barca affida all’Huffington Post. Un lungo articolo,  nel quale l’esponente della sinistra piddina lamenta il fatto che, girando per l’Italia, si fatica a incontrare tute blu nelle riunioni e negli eventi organizzati dal partito guidato da Guglielmo  Epifani, che pure qualche anno fa era  segretario generale della Cgil. «Nel Partito democratico di Marghera – annota l’ex ministro “tecnico” – l’assenza di operai è particolarmente eclatante. Ma la fotogarfia è simile un po’ ovunque».  Il voto operaio non è che sia sparito, il problema è che ha preso  altre direzioni. O è andato  al Movimento 5 Stelle. O ha ingrossato  le fila dell’astensionismo. A questo punto Barca punta l’indice accusatore: «La verità vera è che al Pd manca un progetto chiaro per  il lavoro».

È fin troppo facile leggere in questo nostalgismo operaista una sorta di bandiera che Barca vorrebbe impugnare in questa complessa fase pre-cogressuale. Ma, letto senza dietrologie,  l’amaro sfogo dell’esponente piddino è comunque il sintomo di una crisi di di identità, di uno smarrimento, di una perdita di riferimenti ideologici, che attacca il maggior partito della sinistra. Ma proprio qui sta il punto: in che senso possiamo dire che il Pd è, oggi,  un partito di sinistra? Lo possiamo certo dire  per le strutture e l’organizzazione ereditate dal vecchio Pci-Pds-Ds. Lo possiamo dire, ancora, per certi tic e per certi riflessi pavloviani che  possiamo rintracciare nell’affabulazione di tanti dirigenti piddini. Lo possiamo rintracciare ancora per certe intonazioni e certi movimenti di baffo di Massimo D’Alema. Ma poi, se ascoltiamo uno come Renzi, dove potremo mai  notare un tono, una parola, un riferimento capaci di appassionare una tuta blu? Né certi “sinistri” del Pd, come  i Giovani Turchi, ancorché abbiano lontane ascendenze nel Pci, appaiono in grado di gonfiare di passioni un petto operaio. Basta ascoltarli, basta osservarli in quelle loro espressioni metalliche, gelide, da aspiranti “Principi” (in senso machiavelliano) in sedicesimo. Volendo descriverli, consigliamo a un vecchio operaio di leggere (e sì, perché i vecchi operai leggevano) un autore che probabilmente, quell’operaio,  abborriva: Leo Longanesi. Il quale, davanti alla nuova classe dirigente democristiana che scalò il potere dopo il 1948 così esclamò: «Non temo le loro idee, mi spaventano le loro facce».

Al dunque, la risposta al dilemma di Barca sta forse più nella storia  e nella filosofia  che nella politica. Sta negli ingenti cambiamenti avvenuti, non solo nella marxiana struttura economica, ma anche nel gentiliano atto dello spirito. Dove sono finiti insomma gli operai? Basta guardare le foto del milione di persone che Sergio Cofferati portò in piazza  nell’aprile del 2002 contro l’annunciata riforma (ma non era neanche un granché) dell’articolo 18. Osservando quelle foto noteremo che le capigliature grigie dominavano nella massa. La forza della Cgil era ormai nei pensionati. E le tute blu avevano già cominciato ad andarsene da tempo.