Che cosa dovrebbe fare l’Italia? Ecco i “consigli” del banchiere a tutto tondo

Il Messaggero gli ha dedicato un’intera pagina. Una lunga intervista sotto un titolo a sei colonne non proprio originale: “Pagare subito i debiti Pa”. Dove Pa sta per Pubblica amministrazione. L’intervistato è Federico Imbert, chief executive officier di Credit Suisse Italia. Un banchiere a tutto tondo, molto noto negli ambienti  finanziari. È stato protagonista di non poche vicende che hanno segnato la storia di importanti gruppi. Già esponente della JP Morgan, Imbert si impose all’attenzione dell’opinione pubblica  ai tempi dell’Opa su Telecom di Colaninno per poi diventare il banchiere di riferimento della filiera bresciana di Emilio Gnutti. Oggi, il “nostro”  gode di  un assegno mensile da pensionato d’oro  di 41mila euro. E dalla tolda della nave del Credit Suisse Italia non disdegna di far sentire la sua voce.  Intervenendo anche su questioni molto delicate, sulle quali la magistratura sta indagando. Qualche mese fa, nel pieno della bufera politica e finanziaria che ha travolto il Monte dei Paschi, il banchiere denunciò che per l’acquisizione di Antonveneta era stato pagato dall’istituto senese un prezzo molto elevato. Nove miliardi di euro. Un esborso avvenuto poco prima della crisi finanziaria del 2007-2008. Da allora Mps non si era più ripresa.

Nell’intervista rilasciata al quotidiano romano di Caltagirone , uno che nel mondo degli affari si muove con notevole dimestichezza, il banchiere offre la sua analisi sul momento non proprio idilliaco che stanno vivendo le borse, dopo l’annuncio di Ben Rernanke sui tempi della cosiddetta exit strategy della Federal Reserve, prossima ormai a non immettere più denaro fresco nelle casse delle banche statunitensi. Secondo Imbert non bisogna lasciarsi fuorviare da una lettura frettolosa e poco attenta. In effetti  la decisione del governatore della Fed va collegata al dinamismo e alla crescita registrata dall’economia Usa. Insomma, se la Federal  Reserve chiude i cordoni della borsa è perché la ripresa americana è avviata sulla retta via.

Cosa che non si può certo dire per l’Europa. Qui  viene la parte più interessante dell’analisi del banchiere di Credit Suisse. Alla domanda se l’Europa riuscirà ad agganciare la locomotiva Usa, Imbert risponde che sarebbe un guaio  se non accadesse. Questo vale anche per l’Italia. Il nostro Paese  «vive una situazione paradossale». Nonostante il suo debito sia indubbiamente importante, le sue ricchezze sono tali da rassicurare qualunque investitore. Eppure non si riesce a ingranare la marcia. Perché?  A causa di un quadro politico instabile? Certo la situazione , da questo lato, non è rosea. Ma si tratta solo di una parte del problema. Il vero handicap sta nella incapacità di far valere le nostre ragioni in Europa. Con il risultato che ci si arrabatta muovendosi in uno spazio angusto. Che è poi quello che i partner europei, in primis la Germania, ci  hanno assegnato.

E qui viene il bello del ragionamento. Dice Federico Imbert: «Che cosa dovrebbe fare l’Italia? Per esempio, chiedere a gran voce che nei parametri che misurano lo stato di salute dei paesi membri sia compresa la ricchezza dei privati. È vero che il debito dello Stato oscilla intorno ai 2,3 triliardi, ma è anche vero che la ricchezza finanziaria lorda dei cittadini italiani ammonta a 3,7 triliardi, che diventano 8 se si somma a quella immobiliare. Nessun Paese in Europa vanta questi numeri, in considerazione anche del fatto che il 75% del debito pubblico complessivo è in mani italiane». Cambiare le regole in corsa non è facile. Soprattutto quando queste regole sono state imposte dal partner europeo più autorevole che guida la danza a Bruxelles. Ma è un dato incontrovertibile che oggi l’Italia vanta un conto economico più in ordine persino della Germania.  La qual cosa dovrebbe perlomeno portare respiro nell’accesso al credito per il rilancio del lavoro e la ripresa dei consumi.

La ricetta di Imbert , a questo punto, è di liberare subito, e non diluendole in due anni, le risorse per pagare i debiti  contratti dalla Pubblica amministrazione con le imprese. L’immissione di un volume di denaro fresco  di 70-75 miliardi nel circuito produttivo avrebbe l’effetto di “una bomba atomica”. A beneficiarne sarebbero tutti. Comprese le banche alle prese con il credit-cruch che sta piegando il tessuto industriale. Peraltro, dal suo punto di osservazione privilegiato, il Chief  Executive Officer di Credit Suisse Italia  guarda con attenzione lo stato di salute del nostro sistema bancario. Il fatto che questo sistema non abbia avuto bisogno di capitali pubblici per contrastare l’infezione dei titoli tossici la dice lunga. Due considerazioni finali sull’intervista di Imbert. La prima: quando della ricchezza italiana parlava il governo  Berlusconi piovevano contumelie ed ironie. Oggi , se ne dovrà fare una ragione il governo Letta se vorrà portare il Paese fuori dalla crisi. Per  raggiungere tale obiettivo ci vuole, però,  coraggio. E questa è la seconda considerazione. Anzi , più di una considerazione, è l’interrogativo che ci tormenta.