Carlo Jean: Afghanistan, vi spiego perché la parola “ritiro” non ha senso

Perché è necessaria la partecipazione italiana alla missione internazionale in Afghanistan? Ne parliamo con Carlo Jean, uno dei maggiori esperti di geopolitica a livello italiano ed europeo.

Generale Jean, dopo il sacrificio del capitano La Rosa si è riaffacciato il tema del ritiro dei nostri soldati dall’Afghanistan. Che ne pensa?

Sono innanzitutto stupito del fatto che la stampa italiana abbia ignorato il Consiglio  Atlantico del 5 giugno scorso, durante il quale l’Italia s’è impegnata a fornire, dopo il 2014 (quando sarà terminata la missione Isaf) il supporto addestrativo per le truppe afghane in una nuova operazione. L’addestramento delle forze governative sta peraltro già procedendo con buoni risultati, come si è visto dall’efficace risposta dei soldati afghani nel respingere l’attacco dei talebani all’aeroporto di Kabul. Significativo è inoltre l’impegno a promuovere la ricostruzione del Paese attraverso le ong. Un eventuale ritiro delle nostre truppe è una cosa che non sta quindi  né in cielo né in terra.

Eppure è un tema popolare presso l’opinione pubblica. 

Non ne sono affatto  convinto. Ritengo che gli italiani abbiano perfettamente compreso qual è il senso della nostra missione in Afghanistan. E cioè la necessità di mantenere il nostro ruolo internazionale. Un abbandono significherebbe  vanificare i sacrifici dei nostri soldati e il patrimonio di credibilità accumulato negli anni.

La Francia però si è ritirata.

C’è una bella differenza. I francesi si sono ritirati per così dire “a freddo”, realizzando una promessa che era stata fatta da Hollande in campagna elettorale.  Lo hanno quindi fatto sulla base di un mutamento di politica. Ben altra cosa sarebbe andarsene “a caldo”,  per effetto di  una emozione collettiva.

Ma perché se ne sono andati, per motivi di pacifismo? 

Se ne sono andati essenzialmente perché i francesi vogliono sempre avere il bastone del comando. E in Afghanistan non ce l’avevano. Tant’è che sono recentemente intervenuti in Mali.

Si può fare un bilancio, dopo circa dodici anni, della missione in Afghanistan?

Lo potremo fare solo il 5 aprile del prossimo anno, quando si svolgeranno le elezioni. Il futuro del Paese dipenderà molto dagli interessi, anche economici, delle potenze regionali. L’Iran ha fornito oltre un miliardo di dollari di aiuti al Paese. Il Pakistan è interessato a sostenere i talebani.  La Cina detiene lo sfruttamento di una grande miniera di rame a circa ottanta chilometri da Kabul. Anche l’India ha i suoi interessi.

E l’interesse dell’Europa e degli Usa?

È essenzialmente geopolitico e geostrategico. È un interesse che nasce dalla necessità di pacificare le aree di maggior tensione nel pianeta. È anche la necessità di affermare la presenza dell’Occidente.

L’Occidente? Molti (che magari non hanno mai letto Spengler) lo danno al tramonto. Secondo questa corrente di opinione, l’America sarebbe più interessata al Pacifico che all’Atlantico. 

Mi sembra una opinione infondata. Molti dimenticano che la somma del Pil dell’Europa e degli Stati Uniti è ancora oltre il 50 per cento del Pil mondiale. Gli Usa stanno certamente bilanciando i loro interessi geoeconomici. Ma l’interesse per l’Europa non è affatto diminuito. Altrimenti non avrebbero promosso il nuovo trattato commerciale con la Ue. E poi la valutazione degli interessi non è soltanto una questione di mero calcolo economico.

Da che cosa anche dipende?

Dalla comunanza dei valori e dei princìpi.