Cari “Fratelli d’Italia”, gettate il seme di una nuova cultura nazionale

“Fratelli d’Italia” è una piccola formazione politica con una grande missione: gettare il seme capace di far germogliare una nuova cultura nazionale declinabile al tempo della crisi dello Stato, almeno nella sua forma grosso modo percepita dall’unità ad oggi. L’Italia ha una storia a dir poco tormentata. Più che governi, ha visto alternarsi ere politiche o regimi: la destra storica, il connubio cavourriano, il trasformismo, la stagione di Crispi, l’era giolittiana, il ventennio fascista seguito dal cinquantennio democristiano, fino ad arrivare ai nostri giorni, segnati dall’egemonia del berlusconismo.

Il vero spartiacque è però rappresentato dagli anni del secondo dopoguerra, quando l’ansia di liberarsi dal fardello della dittatura e della guerra civile seguita alla sconfitta militare ha indotto le classi dirigenti a spogliare progressivamente lo Stato centrale di competenze e funzioni sia verso l’alto, l’Europa, sia verso il basso, le regioni. Un processo oggi pressoché concluso. Il nuovo Titolo V della Costituzione, introdotto nel 2001 dal centrosinistra con appena quattro voti di scarto, ha infatti ridotto lo Stato allo stesso livello dell’ultimo municipio d’Italia. Dall’altro lato, la moneta unica e l’omologazione di procedure ed obiettivi nei bilanci statali ha reso l’Europa un entità ben più presente e determinante di quanto non fosse qualche decennio addietro. Il risultato di questo speculare trasferimento di poteri è semplice: lo Stato nazionale si sta dissolvendo. L’unico aspetto che i cittadini ancora ne percepiscono appieno è quello peggiore: l’escalation delle tasse.

Ma l’esito dell’ubriacatura devoluzionista è devastante soprattutto perché ha ferito a morte la cultura nazionale, cioè quel che ci ha resi italiani e ci ha tenuto insieme in 150 anni di storia comune. L’assenza di coesione è un dato facilmente riscontrabile in ogni aspetto della vita quotidiana. La situazione è precipitata negli ultimi anni quando tutti i partiti, e non solo i partiti, hanno fatto a gara a chi era più federalista o più europeista. E la destra – va riconosciuto – non ha fatto eccezione. Anzi, in nome della stabilità della coalizione, ha più volte tracannato l’acqua di fuoco dalla borraccia leghista. Lo ha fatto, probabilmente, con la speranza che un po’ di federalismo immunizzasse dal virus del secessionismo. In politica, però, non esistono vaccini ma solo droghe, tanto è vero che ancor oggi siamo costretti a sentire dai tre “governatori” del Carroccio che “il nord vuole uscire dalla crisi per conto suo”, sottinteso senza la zavorra del Sud.

Pensare che da soli “Fratelli d’Italia” possano contrastare questa deriva antinazionale, è una pretesa  assurda. La  sua pattuglia può però cominciare ad elaborare e ad offrire una propria chiave di lettura e di uscita dalla feroce crisi in atto senza farsi risucchiare dal presentismo imperante. Le misure del decreto cosiddetto “del fare”, ad esempio, sono in parte utili ed in parte lenitive ma certamente non risolutive. Come non lo sarà nessuna che non metta al primo punto il tema della forma di Stato e dal radicale ridimensionamento del ruolo e delle competenze regionali. Dal 2001 il governo centrale è incatenato dal rivendicazionismo istituzionale delle regioni. Ognuna delle quali può impugnarne le leggi davanti alla Corte Costituzionale ogni qualvolta si sentisse lesa nelle sue competenze. Che non riguardano più solo fiere e mercati o cave e torbiere ma sanità, ambiente, trasporti, turismo, energia, agricoltura, cioè settori strategici e vitali per l’economia nazionale. Ma quale autorevolezza si può mai rinvenire in un governo costretto a concertare ogni cosa con i “governatori” locali? E come possiamo pretenderne che poi vada in Europa a battere i pugni sul tavolo? Spezzettare il territorio in venti parti ciascuna delle quali pretende di darsi regole proprie,  è un lusso che l’Italia non può più permettersi. Allo stesso modo, non è possibile che – per effetto delle leggi Bassanini – gli atti di comuni e provincie non vengano sottoposti ad alcun controllo preventivo di legittimità da parte di organismi sovraordinati e con i segretari comunali ormai alla completa mercé dei sindaci, che li nominano, quando un tempo rappresentavano l’autorità centrale presso gli enti locali. E l’elenco potrebbe raggiungere l’altezza di un obelisco.

In poche parole, l’Italia è in una situazione di confusione istituzionale che la crisi ha finito per esasperare. Quel che occorrerebbe è una ragionata rivisitazione dell’attuale modello di Stato – non disgiunta da una coerente cultura nazionale – che ne liberi l’intelaiatura dai perniciosi effetti causati da decenni di demagogie, di paure, di convenienze. La radice europea della crisi e le difficoltà di ogni grado in cui versano le regioni impongono un recupero di sovranità nazionale sia dall’alto sia dal basso. La grande missione che potrebbe intestarsi la piccola pattuglia di “Fratelli d’Italia” potrebbe essere proprio questa. A volte basta crederci.