Urne vuote. Se l’astensione si radicalizza, rischia la democrazia

La crisi. Echeggerà in ogni dove nelle prossime ore, nei prossimi giorni. La crisi della politica. E non solo, naturalmente. Ma soprattutto. La crisi che si è manifestata, ma non in tutta la sua drammaticità alle elezioni politiche. La crisi che ha fatto irruzione nelle nostre pur precarie ed incerte esistenze quando sono apparsi all’orizzonte movimenti apertamente antisistema. La crisi che non abbiamo capito avvolgendola nella spietata critica alla Casta. Adesso è vicina a noi. Dentro di noi. E sarebbe stupido sottovalutarla ancora.

Quando decine di migliaia di cittadini rifiutano il voto amministrativo, quello al quale oggettivamente dovrebbero tenere di più perché da esso dipende (o dovrebbe dipendere) la qualità della loro vita, significa che la politica ha toccato il fondo, ha raggiunto il punto di non ritorno.

Vuol dire, soprattutto, che una parte considerevole degli elettori, a prescindere dalle opinioni che nutre, dalle simpatie che professa, si arrende, dichiara la propria impotenza di fronte al nulla che la politica offre. E ciò è tanto più preoccupante in quanto s’intreccia con il diniego delle oligarchie, centrali e periferiche, a mettere in campo il meglio per poter attrarre attorno a progetti di rinascita le città, i paesi, i borghi; soprattutto al fine di rivitalizzare comunità spente che vivono le promesse come anticipi di inevitabili delusioni.

Ma che cosa si vuol dire alla gente per mandarla a votare quando uscendo dal portone di casa prevede che tutto possa accadere perché le città sono pericolose, gonfie di pulsioni aggressive, infrequentabili, lerce, immensi garage a cielo aperto per le cui strade è divenuto difficile camminare (camminare, non passeggiare). E poi, si dice, per quale motivo votare ancora quando le cronache giudiziarie debordano delle gesta di amministratori infedeli?

C’è della ragionevolezza nel rifiuto del voto. E quando si avrà il quadro completo del partito degli astenuti ci si renderà conto, forse, che se non si reinventa la “buona politica” al più presto questo nostro Paese diventerà terreno d caccia di speculatori senza scrupoli che gestiranno le risorse e si approprieranno dei beni comuni senza neppure faticare in destrezza.

Già le piazze vuote avrebbero dovuto segnalare l’allarme, ma non sembra che nei Palazzi del Potere qualcuno se ne sia dato per inteso. Adesso le urne vuote simboleggiano la sconfitta di un sistema incapace di comprendere ansie e problemi dei cittadini. La prossima volta toccherà ai giocolieri della “governabilità” affrontare i malumori della gente e saranno guai. In fondo un’elezione amministrativa (così almeno fallacemente si pensa) riguarda pochi, ma il governo della nazione riguarda tutti ed i rapporti con altri Stati. Non esprimere un voto significa non credere nelle possibilità del proprio Paese di recitare un ruolo. Significa rifiutare la democrazia.

La responsabilità, però, non è di chi si sottrarre, ma di coloro che offrono pretesti, alibi o perfino ragioni a tenere lontani i cittadini dai loro doveri civici.

L’astensione non è mai una bella cosa. Diventa pericolosa quando si radicalizza.  È la prova che non si ritiene più che valga la pena credere ancora alla propria comunità di appartenenza. Che la politica abbia prodotto uno sconquasso di questo genere è imperdonabile; che non ci sia nessuno in grado di favorire il cambio di rotta è drammatico e disperante.