Uno smottamento dei “cinquestelle” non aiuterebbe il governo delle larghe intese

È presto per dire che il M5S sia in piena crisi e prossimo all’implosione. Un po’ perché è proprio dei movimenti antisistema gonfiarsi e sgonfiarsi elettoralmente, specie se le consultazioni popolari sono di diverso segno e di diversa importanza, ed un po’ perché le cause profonde sottese alla sua affermazione sono ancora tutte lì. Nessuna di esse è stata rimossa. È tuttavia importante seguirne l’evoluzione nei due rami del Parlamento non solo in considerazione della ragguardevole consistenza dei relativi gruppi, ma soprattutto in ragione delle conseguenze politiche che dal loro possibile smottamento potrebbero derivare.
Sin dall’inizio Grillo ha scommesso sull’ingovernabilità ritenendo di poter sfruttare a proprio vantaggio il clima di guerra fredda perdurante tra Pd e Pdl. Un clima da egli stesso alimentato prima con il rifiuto opposto in diretta streaming alla profferta di Bersani e poi attraverso la candidatura di Rodotà al Quirinale. Quanto poi fosse strumentale quell’indicazione lo dimostrano le offese partite in queste stesse ore dal blog dell’ex-comico all’indirizzo dell’anziano giurista. Eppure il risultato delle urne di febbraio aveva premiato il Movimento come terza forza ad appena un’incollatura dalle due coalizioni. Una condizione di assoluto privilegio che l’ex comico non ha saputo o voluto sfruttare. Ed ora è costretto a fare i conti con l’onda di ritorno. I suoi cominciano a mormorare, a disconoscerne la leadership, a contestarne la linea. Non c’è ancora uno tsunami alle viste, ma il mare va increspandosi e se incarognirà in burrasca non sarà solo affar suo.
Non va infatti dimenticato che il varo delle “larghe intese” è stato propiziato esclusivamente dal niet grillino al sedicente governo di cambiamento teorizzato da Bersani. Se nei gruppi parlamentari dei Cinquestelle dovesse prendere corpo l’ipotesi di una scissione, non è escluso che a pagarne il conto finale possa essere il governo in carica. Nel Pd si contano in legioni quelli che l’alleanza con il Cavaliere l’hanno inghiottita senza masticarla e sono pronti a risputarla in qualsiasi momento. Gli insistenti e rumorosi scricchiolii che arrivano dal M5S non li autorizzano per ora a coltivare particolari entusiasmi perché i risicati numeri a disposizione in ogni caso non consentirebbero loro il varo di una maggioranza al Senato con cui sfrattare da Palazzo Chigi la delegazione guidata da Alfano. Ma è indubbio che lo sfarinamento dei grillini finirebbe per incoraggiare molto i fautori dell’intesa a sinistra a condurre una quotidiana guerriglia parlamentare attraverso l’introduzione di temi e contenuti indigeribili per il Pdl per accidentare il percorso del governo e renderne meno remota la possibilità di caduta. È una prospettiva che alletta molti nel Pd. A beneficiarne, però, sarebbero soprattutto i renziani, che vedrebbero riaperti i giochi per il loro leader, oggi emarginato dal tandem Letta-Alfano. Inutile dire che sul versante berlusconiano tale prospettiva non regalerebbe invece sogni tranquilli.
È facile dedurne che la prospettiva di un repentino ed incontrollato indebolimento del M5S venga guardato con una certa apprensione non solo dagli ambienti del Pdl ma anche dall’alto del Quirinale. Se delle “larghe intese” Letta è il premier ed il Cavaliere l’azionista di riferimento, Napolitano ne è addirittura il demiurgo. Il governo reca infatti il sigillo della sua paziente ed abile regia. Poco o nulla sarebbe però in suo potere per scongiurare il pericolo di vedere sbarrata la strada dell’esecutivo dai detriti causati dallo smottamento delle truppe grilline. Negli ultimi due anni, il capo dello Stato ha esercitato una non facile e per alcuni versi persino controversa azione di supplenza istituzionale necessitata dallo stato comatoso della politica. Ma siamo e (purtroppo) restiamo una repubblica parlamentare e difficilmente il probabile effetto domino suscitato dal terremoto dei gruppi Cinquestelle consentirebbe a Napolitano di concedere il bis.
Il sistema politico potrebbe quindi a breve trovarsi a dover paradossalmente sperare in una stabilizzazione del suo “nemico” grillino per non seppellire sotto le sue convulsioni la speranza di poter essere riformato. Occhio ai Cinquestelle, quindi, ed al pericolo frana.