Un’Europa “mediterranea” per non finire vassalli del Quarto Reich

I recenti, drammatici, dati della crisi – come ha scritto su queste stesse colonne Gennaro Malgieri – evidenziano in maniera impietosa l’assoluta inconsistenza della cura sin qui propinata al sistema-Italia, cioè la cura Monti. Una cura basata prevalentemente sul rigore dei conti pubblici ed esclusivamente finalizzata al raggiungimento del pareggio di bilancio, obiettivo ormai di rilevanza costituzionale come in Germania. Il risultato è più debilitante di quello che potrebbe produrre l’ascolto di un bollettino di guerra nemico: decresce ancora il Pil, praticamente congelata l’inflazione, a picco la produzione industriale e disoccupazione in impennata. Gli esperti cercano di consolarci con la ninna nanna della riacquistata credibilità in Europa, dei sorrisi dei banchieri di Francoforte e degli incoraggiamenti degli euro-buro-tecnocrati di Bruxelles. Ma c’è poco da stare allegri. L’Italia non ce la fa e, al di là degli ottimismi di facciata, il suo resta uno sguardo supplice a Berlino cui sommessamente chiede di allentare i vincoli – soprattutto quelli relativi alla procedura di assorbimento del nostro stratosferico debito pubblico – che ci ha imposto e che noi stessi abbiamo solennemente sottoscritto.
A circa un anno e mezzo dall’inizio della cura Monti, l’Italia sta messa peggio di prima. È vero, Il nostro bilancio sta rientrando dal deficit eccessivo – il 29 maggio sapremo se la relativa procedura è finalmente completata – e probabilmente raggiungeremo il pareggio, ma la nostra economia rischia seriamente di non superare la notte. Un po’ come quei malati che muoiono nonostante la perfetta riuscita tecnica dell’operazione.
Sarebbe però ingeneroso buttare per intero la croce sulle spalle di Monti. Che ha fatto quel che ha potuto e per di più in condizioni a dir poco precarie. Oltretutto è un tecnico e da tecnico ha agito: tagliando la spesa, tassando cittadini ed imprese e tergiversando su alcune scelte di fondo, a cominciare dalla riforma del mercato del lavoro – varata sì – ma subito mutilata dai niet del sindacato e poi malinconicamente ripudiata a seguito dell’imbarazzante balletto sul numero preciso degli esodati. Il bilancio dell’economia italiana al tempo dei professori, degli esperti e dei competenti è tutto qui. Ma non si può chiedere una visione politica della crisi in atto a chi è stato scelto perché l’aggredisse con un approccio – con rispetto scrivendo – del tutto ragionieristico.
Oggi invece c’è un governo politico – l’unico possibile dopo il sostanziale pareggio delle urne – che può e deve trovare la forza per fare quel che il precedente non ha avuto la possibilità o la voglia di fare e cioè assumere un atteggiamento meno acritico nei confronti delle istituzioni comunitarie e più in sintonia con quanto si va affermando in molte nazioni del Vecchio Continente, Gran Bretagna compresa, in termini di ferma prevalenza dell’interesse nazionale.
È fin troppo chiaro che ormai in Europa esiste un nord ricco, rigoroso, protestante che ha orbitato a lungo intorno al marco e che oggi, al tempo dell’Euro, trova del tutto naturale la guida tedesca. È un’Europa che guarda al Mediterraneo con malcelato fastidio e che ha ormai scelto i grandi e strapopolati Paesi orientali, Cina su tutti, quali partner privilegiati negli scambi commerciali e come mercati da conquistare.
L’Italia, ma anche la stessa Francia che su alcune voci è messa anche peggio di noi, e quindi la Spagna, tanto per limitarci a nazioni demograficamente significative, rischiano davvero grosso. Soprattutto l’Italia che replica nei suoi 300.000 kmq le stesse tensioni e le stesse pulsioni di un nord che vorrebbe scappare e di un sud che riesce a malapena ad arrancare. Sono situazioni vecchie di secoli, che nascono da concause complessissime e che non possono essere livellate a colpi di manovra o di direttive. Alle condizioni attuali e cioè con l’incontrastata egemonia tedesca nella dettatura dell’interpretazione e della soluzione della crisi, la permanenza nell’area dell’euro comincerebbe a diventare persino svantaggiosa, se non dannosa. Ma prima di arrivare a soluzioni drastiche sarebbe necessario che le grandi nazioni dell’Europa mediterranea elaborassero una comune via d’uscita dalla crisi, cioè una nuova visione o – meglio – una nuova dottrina, alternativa a quella imposta da Berlino. In mancanza, finiranno, chi prima e chi dopo, a ridursi a maltollerati vassalli del Quarto Reich.