Una pulizia etnica dimenticata: i tedeschi dell’Europa dell’Est

Uno degli episodi più tragici della seconda guerra mondiale fu l’assassinio del Gauleiter tedesco Reinhard Heydrich, noto anche come “il macellaio di Praga”. La vera e più profonda tragicità del fatto consistette però non nell’omicidio, ma nelle sue conseguenze, perché la rappresaglia tedesca fu spietata e portò alla distruzione di due interi villaggi, Lidice e Lezaky: i morti furono migliaia e donne e bambini vennero deportati. Un libro molto importante appena pubblicato negli Stati Uniti (R.M. Douglas, Orderly and Humane: The Expulsion of the Germans After the Second World War, Yale University Press, 2013, pp. 486, $ 38.00) getta luce sulle vere ragioni dell’assassinio di Heydrich, ordinato dal presidente ceco in esilio, Edvard Beneš. Sembra che l’ordine venisse impartito nella consapevolezza che i tedeschi avrebbero operato una rappresaglia crudele sulla popolazione civile, suscitando un ancor più violento odio per i tedeschi in quanto tali, un sentimento di cui Beneš aveva bisogno per giustificare la rottura dei rapporti con i tedeschi antinazisti dei Sudeti, di cui un governo in esilio operava a Londra. L’obiettivo era quello di rendere i tedeschi in quanto etnia colpevoli e responsabili di tutte le atrocità messe in essere dalle truppe di occupazione.

A qual fine? Semplicemente a quello di espellere tutti i tedeschi dalle zone della Cecoslovacchia dove essi abitavano da secoli (almeno dal XIII secolo) per operare, a guerra finita, una vera e propria ‘pulizia etnica’ sulla quale il libro di Douglas getta finalmente una luce non contaminata da pregiudizi di parte, perché certo il fatto in sé era noto da decenni e su di esso hanno scritto numerosi libri scrittori però ‘di destra’ e quindi per definizione non credibili (penso a B. George, Les russes arrivent. La plus grande migration des temps modernes, Paris, La Table Ronde, 1966). Per capire le dimensioni di questa emigrazione forzata dinanzi all’avanzare dell’Armata Rossa, si pensi che oggi un quarto della popolazione tedesca è costituita da uomini e donne costretti a lasciare terre tedesche poste in quelle che oggi sono la Polonia, la Cechia, la Slovacchia, ma anche la Russia (un nome per tutti: Königsberg, la città di Kant, oggi un luogo inabitabile di nome Kaliningrad). Si calcola che circa dieci milioni di tedeschi abbandonarono quelle terre, ma molti milioni vennero sterminati, uomini, donne, bambini, rei unicamente di essere tedeschi. Tra essi anche quei tedeschi socialdemocratici dei Sudeti con i quali Beneš si preparò a non fare alcun accordo in nome della purezza ‘etnica’ della ‘Cecoslovacchia’, che si sarebbe poi più tardi divisa in due Stati diversi. Douglas, ovviamente, non dice di essere convinto che Beneš fece uccidere Heydrich proprio sperando nella rappresaglia e quindi contando di esacerbare le relazioni ceco-tedesche, ma il fatto resta che poco dopo Anthony Eden dichiarò che il governo britannico favoriva lo spostamento, a guerra finita, delle minoranze tedesche residenti nei paesi centrali e centromeridionali dell’Europa nella Germania occidentale. Nel 1943 il progetto di espulsione era già approvato e definito in tutte le sue parti sia per la Cecoslovacchia sia per la Polonia. Beneš aveva chiari gli effetti di contrattazione con i comunisti, perché l’espulsione dei tedeschi significava anche, automaticamente, la confisca dei loro beni e la loro ‘redistribuzione’, nonché l’immunità per crimini commessi ai danni dei tedeschi dei Sudeti (decreto Beneš del 1946), come il massacro di 2000 persone nel 1944, dopo un invito radiofonico al pogrom del ministro cecoslovacco della difesa in esilio, Sergey Ingr.

Molti lustri sono passati da allora; ricorda questi fatti non significa voler mettere sul piatto della bilancia dei crimini per pareggiare altri crimini, bensì solo cercar di rendere consapevoli tutti, specialmente i giovani, che il torto non sta mai da una sola parte e che occorre uno sguardo più disincantato sulle realtà storiche. Purtroppo, è un fatto che per molti ciò sa già di “giustificazionismo”, benché proprio in Italia in tempi andati si urlasse per le strade che “uccidere un fascista non è un reato”, così come per i cechi e i polacchi del dopoguerra uccidere tedeschi non era reato e tanto meno deportarli.  Significativo anche quanto Douglas osserva, che se i tedeschi fossero rimasti in Polonia e in Cecoslovacchia, forse quei paesi non sarebbero caduti così facilmente preda del comunismo sovietico. Fortunatamente, i cechi di oggi, al seguito anche delle autocritiche di Havel, stanno riflettendo sul loro passato, per una reale e liberatoria presa di coscienza. È da sperare che anche in Italia si continui su questa stessa strada.