Torna Carosello ma i bambini non tornano a nanna

Il 6 maggio torna in Rai Carosello. Certamente per la gioia dei più piccini, come si sarebbe detto un tempo, ma anche per la curiosità di quelli più stagionati. Sarà un’emozione riascoltarne la sigla ma anche ammirarne i nuovi spot. Spot è un termine che abbiamo conosciuto da poco e più per effetto della propaganda politica che della pubblicità commerciale. La legge sulla par condicio nacque contro gli spot berlusconiani di Forza Italia prima e del Polo della Libertà poi.

I nostri genitori lo dicevano invece alla francese, réclame, e non era semplice pubblicità ma autentiche opere d’arte firmate da registi del calibro di Sergio Leone, Pupi Avati, Pier Paolo Pasolini, ed interpretate da attrici ed attori sulla cresta dell’onda: Totò, De Filippo, Noschese, Walter Chiari, Mina, Franca Valeri e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Carosello ha segnato una lunga epoca, dal 1957 al primo gennaio 1977. Praticamente un ventennio, in perfetta linea con la durata media dei nostri cicli politici. Alla fine, l’onda lunga del ’68 ne mise a nudo la dimensione familiare, intimistica considerandolo, per giunta,  ancillare rispetto al capitalismo italico. Davvero troppo perché potesse sopravvivere alla plumbea temperie di un’epoca in cui il privato era politico, la famiglia una sovrastruttura ideologica e l’impresa un fattore di bieco sfruttamento. Carosello fu così sacrificato alle nuove mode e sbrigativamente sfrattato dalla Rai senza mai più farvi ritorno, perfino sfiorato da un tentativo non riuscito di damnatio memoriae per via di zuccherose canzonette oggettivamente all’epoca non in linea con l’aggressività di un femminismo che portava in piazza le nuove “streghe” in luogo della “bella, dolce, cara mammina” celebrata dalla réclame del miele Ambrosoli.

Oggi, a distanza di oltre tre decenni e mezzo, l’indimenticata e amata rassegna di sketch si gode la sua rivincita e torna ad occupare lo spazio strategico tra la prima e la seconda serata. Qualche anno fa, da presidente della Commissione parlamentare di vigilanza, esortai pubblicamente Rai e Mediaset ad intraprendere una sfida della qualità da giocare lungo tra direttrici di marcia: l’accorciamento dei tempi dei programmi contenitore per inserire nei palinsesti ore di programmazione da investire nella ricerca e nella sperimentazione di nuovi linguaggi, nuovi generi e nuovi format, la valorizzazione dell’autorialità e quindi della produzione interna per distinguere la tv pubblica – finanziata anche dal canone dei cittadini – da quella commerciale – finanziata esclusivamente dalla pubblicità – e, infine, la realizzazione di quello che gli inglesi chiamano watershed, cioè spartiacque, per operare una più netta separazione tra la programmazione dedicata ai minori e quella destinata agli adulti. Esattamente quel che ha fatto Carosello in trentasei anni di onorato servizio. Oggi fa piacere accorgersi che la dirigenza di viale Mazzini si è  anch’essa finalmente convinta che spesso il vino buono si trova nelle botti vecchie.

Intendiamoci, il ritorno di Carosello da solo non basta a riqualificare il ruolo ed il senso del servizio pubblico televisivo e forse non gli sarà neppure di aiuto a recuperare quel segmento di piccoli consumatori (per i pubblicitari i minori rappresentano un target formidabile) ormai sempre più attratti dalle programmazioni dedicate “h24” dalle tv tematiche egemonizzate da Sky, ma almeno segnala una rinnovata sensibilità da parte di chi fa televisione.

Certo, per chi, come me, appartiene a una generazione che dopo Carosello andava dritta a nanna, è poco più di niente.

Di questi tempi, tuttavia, in un contesto totalmente diverso in quanto a modelli educativi, linguaggio televisivo, assetto di mercato e nuove tecnologie, bisogna accontentarsi di quel che passa il convento di una programmazione tv tuttora troppo incline a far prevalere gli interessi degli inserzionisti sulle esigenze dei baby-spettatori. E allora, considerato tutto questo, bentornato tra noi Carosello!