Tensione chiama tensione: la strategia di quelli che… gridano al golpe

Dal partito delle toghe a quello dei vaffa, dal tintinnìo di manette agli insulti, da chi parlava di attacchi alla Costituzione a chi parla di golpe: c’è un filo che lega i professionisti del “noi contro tutti”, che non agiscono alla carpe diem, non improvvisano e non sono degli sprovveduti. Hanno una loro strategia, seguono una logica, perseguono un obiettivo. E utilizzano l’allarme come una clava. Vogliono apparire come il nuovo che avanza, ma agiscono come i vecchi marpioni della politica, che usano un linguaggio molto simile per approfittare delle situazioni e trarne vantaggio elettorale. Da alcune settimane questi personaggi hanno un minimo comun denominatore nella parola golpe. La usano spesso, a volte urlandola e a volte sottovoce, così da creare un’atmosfera oscura e dare l’idea che c’è un Grande fratello, un burattinaio, che agisce al di là della volontà popolare. Il primo a usarla è stato Grillo: «C’è stato un golpe, ci hanno messo in un angolo, si sono riuniti in quattro in una notte…», un colpo di stato contro i Cinque Stelle. Ma già in occasione del Napolitano-bis aveva tuonato: «È un golpe, tutti a Roma». E il giorno dopo l’elezione per il Colle: «L’hanno fatta grossa, non è un golpe ma un golpettino istituzionale furbo». Dal canto suo Paolo Ferrero, sul Fatto, aveva teorizzato: «Quanto è avvenuto in questi mesi non ha nulla a che vedere con lo spirito della Costituzione. Ecco perché ho parlato di golpe bianco, penso ci sia una vera e propria tendenza al regime». E per rafforzare la sua tesi, ha citato Luttwak («un colpo di stato consiste nell’infiltrazione di un piccolo ma fondamentale segmento dell’apparato statale, che poi viene utilizzato per spostare il governo dal suo controllo»). L’ultimo in ordine cronologico è stato Antonio Di Pietro: «È gravissimo che persino il vicepresidente del Consiglio, Angelino Alfano, scenda in piazza contro i giudici. Questo è un golpe, un attentato al nostro sistema democratico. Dove sono i difensori e i garanti della Costituzione?». C’è da chiedersi tutti questi teorici della democrazia che fine avevano fatto quando ci fu il ribaltone, con i tecnici al governo al posto di chi aveva vinto le elezioni. Ma sì, erano in piazza a brindare. Perché a parer loro, quello non fu un golpe istituzionale ma una liberazione. Da cui trarre un vantaggio.