Sui fratelli Mattei, grazie Presidente

«Ai fratelli Mattei spetta di diritto entrare nel doloroso album delle vittime del terrorismo, senza alcuna parzialità e ghettizzazione». Sono parole, inequivocabili, pronunciate oggi da Giorgio Napolitano a ricordo delle vittime del terrorismo. Sembrano banali, scontate, prive di qualsivoglia forza politica. Ma non è così. Solo chi non ha alcuna contezza del clima politico degli anni ’70 può accogliere con un’alzatina di spalle il riconoscimento da parte della suprema autorità istituzionale del sacrificio di Stefano e Virgilio Mattei, i due fratelli di 8 e di 22 anni che non riuscirono a sfuggire al rogo appiccato alla loro casa, nel quartiere Primavalle di Roma, da elementi di Potere Operaio. Erano i figli di Mario, segretario della sezione missina della zona, un proletario nell’accezione più genuina del termine. Il resto della famiglia, lui compreso, riuscì a salvarsi lanciandosi nel vuoto.
Solo chi oggi ignora che nell’Italia di quegli anni al sangue sparso tra destra e sinistra non corrispondeva eguale pietà, né privata né, soprattutto, ufficiale può ad esempio ignorare l’ordine impartito dalle autorità di Milano a che i funerali di Sergio Ramelli venissero celebrati di primissimo mattino e quindi in forma più che privata. Il pretesto era la tutela dell’ordine pubblico. In realtà, era come se prefetto e questore volessero scaricare in tutta fretta l’ingombro del corpo senza vita di un ragazzo di 17 anni che aveva lottato per oltre un mese e mezzo contro la morte. Non volevano impicci e soprattutto non volevano che quelle esequie si trasformassero in un plateale atto di accusa contro l’indifferenza delle istituzioni scolastiche meneghine che quel ragazzo non avevano saputo o voluto proteggere. E così gli fecero fare l’ultimo viaggio in compagnia dei soli familiari, come un mafioso. Era stato sprangato sotto casa, Ramelli. La sua colpa era quella di essere uno studente di destra in un istituto dove erano tutti “rossi”, dai bidelli ai docenti, compreso quello che sbandierò a mo’ di prova del diavolo un suo tema d’italiano, evidentemente troppo eretico per i seguaci della moda dominante.
E l’elenco è lungo. Diventerebbe addirittura un obelisco se vi si aggiungessero i nomi dei morti di sinistra e dei morti di strage. Forse non sarebbe sbagliato erigerne uno per ricordare tutti quelli che caddero in quella assurda e cruenta guerra civile strisciante.
Ma le parole di Napolitano non rappresentano certo un inedito assoluto. Prima di lui fu Sandro Pertini a voler infrangere la spessa cortina dell’ostile indifferenza che avvolgeva le vittime di destra recandosi personalmente al Policlinico romano dove agonizzava Paolo Di Nella, altra giovane vita spezzata a colpi di spranga mentre attaccava manifesti. Un gesto, quello del presidente-partigiano, tutt’altro che privo di effetti concreti dal momento che solo dopo quella visita inattesa gli investigatori tralasciarono la pista della faida interna (un classico quando il morto era di destra) e cominciarono a battere quella che portava ai gruppi dell’estrema sinistra.
Oggi, però, le parole di Napolitano aggiungono un sigillo di ufficialità che ancora mancava e di cui – almeno chi quella tragica stagione ancora la ricorda – sentiva bisogno. E c’è un ulteriore motivo che ne impreziosisce il significato: esse sono state pronunciate dopo e non prima della rielezione al Quirinale. Una rielezione presidenziale cui hanno contribuito non più di una ventina di parlamentari che in tasca un tempo hanno avuto la stessa tessere di partito dei fratelli Mattei. Sono quindi parole che non rappresentano il frutto di un calcolo né di convenienze ma che originano dal profondo e radicato convincimento che occorre finalmente chiudere una pagina d’odio durata troppo a lungo. Grazie Presidente.